Il caso Minetti collassa e il Fatto tira fuori i bunga-bunga uruguayani
Incassato l’annuncio della procura sulla grazia, arriva “reportage scottante”. È la fase terminale del giustizialismo: quando non resta più nulla da accusare, si sposta il processo sul piano morale.
“Escort e festini, Nicole Minetti non ha mai cambiato vita”. Quando un’inchiesta giornalistica naufraga non c’è niente di meglio che “buttarla in caciara”. E’ l’undicesimo comandamento del Fatto Quotidiano che, di fronte al collasso dell’inesistente scoop sulla grazia a Minetti, si è trasformato in una sorta di ufficio della “buon costume”.
Fiutata l’aria, e incassato l’annuncio della procura che ha fatto sapere che i presupposti per la grazia ai Minetti-Cipriani c’erano eccome – il Fatto ha tirato fuori dal cilindro l’intervista del secolo a una presunta testimone diretta dei “bunga-bunga” uruguayani. Ed ecco dunque il “reportage scottante”: escort, alcol, testimonianze vaghe, atmosfere da rotocalco scandalistico travestito da giornalismo civile. Fino a che compare una testimone che pronuncia esattamente le frasi che servono a sostenere la tesi narrativa già scritta in partenza: Nicole Minetti non è “cambiata”.
Perché il punto è proprio questo. Se non riesci più a sostenere l’impianto giudiziario, allora sposti il processo sul piano morale. È una dinamica antica del giustizialismo italiano: quando le carte non bastano più, ecco che spuntano le allusioni. Il sottotesto dell’operazione è chiarissimo: anche se la grazia fosse legittima, anche se i requisiti ci fossero tutti, anche se la stessa procura non si opponesse, Nicole Minetti dovrebbe restare simbolicamente colpevole. Per sempre.
La verità è che certe campagne mediatico-giudiziarie hanno bisogno di nemici permanenti. Non possono permettersi che una figura demonizzata venga restituita alla normalità, perché crollerebbe l’intero impianto emotivo costruito negli anni. Così si passa dalle procure alle lenzuola, dai codici alle feste private, dai fatti alle insinuazioni. È la fase terminale del giustizialismo: quando non resta più nulla da accusare, rimane da sventolare solo la bandierina del moralismo.
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