Studentati ai figli dei professionisti, esplode la rabbia degli esclusi
Studenti in protesta contro corsie preferenziali per figli degli iscritti agli enti in quanto investitori, questi enti hanno ottenuto il diritto di riservare una quota di stanze ai figli dei propri iscritti. Una sorta di “benefit indiretto” che ora viene offerto ai professionisti come servizio per le famiglie.
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La protesta è montata lentamente, poi è esplosa. Assemblee, striscioni, occupazioni simboliche. A Milano come a Napoli gli studenti fuori sede hanno trovato un nuovo bersaglio: gli studentati con posti “riservati” ai figli delle professioni più forti.
La miccia è stata accesa da una notizia che, in un Paese con una cronica carenza di alloggi universitari, suona come una provocazione. Nel nuovo studentato che sorgerà dalle ceneri del Villaggio olimpico milanese dopo le Paralimpiadi, oltre una stanza su cinque sarà riservata ai figli di medici, dentisti, avvocati, consulenti del lavoro, ingegneri e architetti.
Parliamo di centinaia di letti: almeno 372 già messi a disposizione delle famiglie iscritte alle casse previdenziali delle categorie professionali, ma in realtà i posti “tenuti da parte” sarebbero circa 500 su un totale di 1.700.
Formalmente non sono sconti. Le casse parlano di “priorità di accesso” e precisano che le tariffe restano le stesse. Ma nella pratica il meccanismo è chiaro: se le domande supereranno i posti disponibili, chi arriva da quelle categorie passerà davanti agli altri nella fila.
Un dettaglio che, per gli studenti fuori sede, cambia tutto.
Perché la crisi abitativa universitaria è già oggi una delle più pesanti d’Europa. In Italia i posti letto negli studentati coprono appena il 5% delle matricole. In Germania sono il 13%, in Francia il 16%, nel Regno Unito addirittura il 30%. Il risultato è che la stragrande maggioranza degli studenti deve affidarsi al mercato privato, dove gli affitti sono sempre più fuori controllo.
A Milano la situazione è diventata quasi insostenibile. Secondo le rilevazioni del settore immobiliare, uno studente che vive da solo e frequenta un’università pubblica può arrivare a spendere fino a 1.600 euro al mese tra alloggio, vitto e spese quotidiane. Una cifra che taglia fuori una fetta crescente di famiglie.
Ed è proprio in questo contesto che scoppia il caso del Villaggio olimpico.
Il progetto nasce dalla trasformazione dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana ed è stato finanziato da un grande fondo immobiliare, il Coima Esg City Impact Fund. Tra gli investitori ci sono anche diverse casse previdenziali delle professioni: Inarcassa (ingegneri e architetti), Enpam (medici e odontoiatri), Enpacl (consulenti del lavoro) e Cassa forense (avvocati).
La Cassa forense, ad esempio, ha già annunciato la disponibilità di 171 posti in prelazione. Inarcassa ne ha ottenuti 99 per i figli degli associati e perfino per i dipendenti degli studi professionali. L’ente previdenziale dei medici, Enpam, ha invece esteso la priorità anche agli studenti di Medicina e Odontoiatria dal quarto anno in poi, a patto che si iscrivano all’ente previdenziale.
Il risultato è un sistema di accesso che, agli occhi degli studenti, somiglia sempre di più a una corsia preferenziale sociale.
“Non è il problema dei singoli posti – spiegano nelle assemblee universitarie – ma del principio”. Perché mentre migliaia di ragazzi faticano a trovare una stanza, una parte dei nuovi letti nasce già con un’etichetta: riservato.
Il caso di Milano, però, non è isolato.
A Napoli la polemica è esplosa per lo studentato Cx Naples Centrale, inaugurato a fine novembre dopo la ristrutturazione di una ex sede Inps. La struttura offre 541 posti letto e una parte è stata finanziata con fondi del Pnrr, il piano europeo che avrebbe dovuto aumentare drasticamente l’offerta di alloggi universitari.
Qui 83 studenti possono accedere a tariffe agevolate davvero basse: 278 euro per una singola e 254 per un posto in doppia, utenze incluse.
Ma anche in questo caso alcuni posti sono già stati riservati ai figli di farmacisti e veterinari. In totale 55 letti. E per loro sono previste condizioni economiche dedicate, perfino più vantaggiose di quelle offerte agli altri studenti.
La cassa previdenziale dei veterinari ha annunciato uno sconto del 6% sul canone annuo. Quella dei farmacisti parla invece di tariffe agevolate e contratti riservati.
Numeri piccoli? Forse. Ma sufficienti ad accendere la protesta.
Perché tutto questo avviene mentre il governo aveva promesso una svolta proprio sugli alloggi universitari. Nel 2024 erano stati stanziati 1,2 miliardi di euro, anche grazie ai fondi europei, con l’obiettivo di triplicare i posti letto entro il 2026.
A pochi mesi dalla scadenza, però, meno della metà delle risorse è stata effettivamente spesa. E gran parte dei progetti è finita nelle mani di investitori privati.
Gli studentati che nascono oggi sono quindi spesso frutto di un equilibrio delicato tra fondi pubblici e capitali privati. E quando entrano in gioco gli investitori, entrano anche le contropartite.
Le prelazioni per i figli dei professionisti sono una di queste.
Per gli studenti che protestano, però, il messaggio è devastante: mentre il sistema universitario promette più accesso e più mobilità sociale, il mercato dell’alloggio rischia di ricreare nuove gerarchie.
Chi appartiene a categorie organizzate ottiene vantaggi. Gli altri restano in fila.
Ed è per questo che, tra Milano e Napoli, la rabbia sta diventando qualcosa di più di una polemica. Sta diventando una battaglia simbolica su cosa debba essere davvero l’università. Un luogo aperto a tutti o un sistema dove, ancora una volta, chi parte con le spalle più forti trova sempre una porta già socchiusa.
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