Anno: XXVIII - Numero 32    
Venerdì 13 Febbraio 2026 ore 15:00
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Sovranisti, progressisti e guru in gita romana

Tra populismi, trasformismi e guru globali, la politica italiana resta un grande valzer dove cambiano partner ma mai orchestra.

Sovranisti, progressisti e guru in gita romana

Per una volta, miracolo laico e bipartisan, Bonelli e Fratoianni centrano il bersaglio come due arcieri zen in gita a Palazzo Chigi. L’interrogazione su Steve Bannon e i suoi rapporti con Salvini è un colpo degno di nota, quasi commovente nella sua purezza istituzionale. Perché sì, quando un ex stratega trumpiano, condannato per frode, architetto di un’Internazionale sovranista e turista abituale delle élite reazionarie, si aggira nei corridoi della politica italiana come un venditore di aspirapolvere ideologico, qualche domanda diventa inevitabile.

Sacrosanto quindi chiedere conto a Salvini, che negli anni del mojito strategico al Papeete alternava selfie balneari e geopolitica da lettino, mentre sognava di trasformare Milano Marittima nella nuova Yalta dei populismi occidentali. Ma, nel fervore inquisitorio, ai sinistrati di Avs è sfuggito un piccolo dettaglio, un refuso geopolitico: nella stessa trama internazionale, tra un’email e un brindisi tra miliardari discutibili, compare pure Giuseppe Conte, alias Giuseppi, alias l’uomo che ha reinventato se stesso più volte di una password dimenticata.

Negli Epstein Files – archivio che sembra sempre più la rubrica telefonica del potere globale – il nome dell’ex avvocato del popolo spunta accanto a quello del Capitano. Una mail del 2018 racconta di un link sull’incontro tra Trump e Conte, con Bannon che scrive “Si comincia” e Epstein che replica “Buon lavoro”. Il che, già così, suona come l’inizio di un film di spionaggio diretto da Netflix e scritto da un algoritmo paranoico.

A quale lavoro si riferissero resta un mistero. Forse un piano geopolitico, forse un aperitivo diplomatico, forse solo il tentativo di capire come un professore pugliese con pochette potesse diventare il collante di un governo in cui convivevano felpe anti-euro e click democrazia.

Quella stagione irripetibile, il governo gialloverde, fu un laboratorio politico che oggi sembra fantascienza distopica. Conte recitava la parte del notaio equilibratore, Salvini trasformava ogni spiaggia in un comizio e Luigi Di Maio sembrava il capo villaggio di un reality sulla decrescita felice. Intanto, mentre si firmavano decreti sicurezza e si spalancavano le porte alla Via della Seta, Bannon osservava l’Italia come un entomologo davanti a una nuova specie di populismo mediterraneo.

Il capitolo più suggestivo, però, resta l’agosto 2019, quando William Barr, ministro della Giustizia americano, incontrò il capo del Dis Gennaro Vecchione. Un vertice che, a posteriori, sembra scritto da Dan Brown in una giornata particolarmente confusa. Gli americani cercavano prove sul Russiagate, convinti che il complotto anti-Trump fosse stato cucinato tra un cappuccino e un dossier nella Roma renziana. Il tutto ruotava attorno al professor Joseph Mifsud, figura così misteriosa da sembrare inventata da un romanzo di John le Carré scritto sotto acido.

Nel frattempo, la Link Campus University si confermava una Hogwarts dell’intelligence populista, sfornando quadri grillini come se fossero biscotti al click. Ministri, sottosegretari, consulenti strategici: un’intera classe dirigente cresciuta tra cybersecurity, geopolitica e forse qualche tutorial su come sopravvivere ai talk show.

E poi arriva Steve Bannon in persona, sbarcato a Roma come un missionario del sovranismo globale. Secondo diverse ricostruzioni, incontra Davide Casaleggio, forse Grillo, sicuramente qualche server pieno di dati elettorali. Si parla persino di software di profilazione, il che riporta inevitabilmente alla leggenda nera di Cambridge Analytica, società capace di trasformare i like su Facebook in armi politiche di precisione, influenzando Brexit, elezioni e probabilmente anche le scelte di pizzeria di mezzo Occidente.

Bannon, da vero talent scout del populismo, non si limitò ai grillini. Avrebbe dialogato anche con lo staff della Lega, negli anni gloriosi della Bestia social di Luca Morisi, quando un meme poteva determinare la linea diplomatica del Paese. E curiosamente, tra Lega e M5S, l’antico amore geopolitico resiste ancora: quando si parla di Ucraina e Russia, la sintonia riaffiora come una canzone estiva che nessuno ammette di conoscere, ma tutti canticchiano.

Nel frattempo Conte si è reinventato progressista, diventando il perno del campo largo, mentre tiene Schlein in un delicato abbraccio politico che ricorda più una presa di judo che un’alleanza programmatica. L’ex pochette sogna ancora Palazzo Chigi e i sondaggi, come tarocchi moderni, gli promettono futuri trionfi o almeno primarie ad alta tensione.

A completare la commedia geopolitica arriva Pietro Dettori, ex Rasputin digitale dei 5 Stelle, oggi convertito al melonismo e promotore di informazione sovranista per giovani. Un passaggio che conferma la regola aurea della politica italiana: le ideologie passano, le password restano.

Così, mentre Avs interroga Meloni sui fantasmi di Bannon, l’intera classe politica italiana appare come una reunion di ex compagni di Erasmus del populismo globale, tutti pronti a giurare di non essersi mai davvero conosciuti, nonostante foto, mail e mojiti raccontino un’altra storia.

 

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