Senza Maduro. Ora traballa l'Iran degli ayatollah
Due regimi diversi ma alleati nelle forniture militari, nel sostegno di Hezbollah e Pasdaran, nel traffico della droga, nel commercio del petrolio, nell’economia ombra dell’oro. Tutto adesso viene meno. Segnali per Teheran: l’immobilismo di Cina e Russia
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Era ormai abbastanza chiaro che gli Stati Uniti non considerano più il Venezuela solamente una dittatura locale, ma piuttosto una pericolosa “portaerei iraniana” nel cuore delle Americhe. La cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro, da parte delle forze speciali statunitensi, ha reciso questo cordone ombelicale e avrà inevitabilmente ripercussioni sulla crisi sistemica della Repubblica Islamica dell’Iran perché, sebbene i due regimi abbiano radici politico ideologiche diverse, Caracas e Teheran erano profondamente legate da una rete di interessi, affari criminali e convenienze reciproche. D’altra parte, sia l’ideologia islamista del regime iraniano che quella bolivariana-socialista della dittatura venezuelana sono “rappresentazioni capovolte della realtà”, che nella realtà dei fatti tradiscono sia i valori dell’islam che quelli del socialismo, e servono solamente a “mascherare interessi particolari dietro la maschera di ideali universali”, come avrebbe detto Karl Marx.
Ora, la caduta di Maduro rappresenta un colpo devastante per l’architettura geopolitica dell’Iran, paragonabile alla perdita di un intero fronte di guerra. Per Teheran, il Venezuela non era solo un partner commerciale, ma la sua piattaforma di proiezione avanzata nel “giardino di casa” degli Stati Uniti. Con la caduta di Assad in Siria, avvenuta nel 2024, e ora di Maduro, l’Iran vede crollare i pilastri del suo “Asse della Resistenza” globale. La caduta del regime venezuelano priva l’Iran del suo principale avamposto in America Latina, usato per decenni per operazioni di intelligence e logistica vicino ai confini statunitensi. La sua fine non è solo un cambio di regime locale, ma è la chiusura della rotta transatlantica dell’Iran. Senza questo sbocco, la Repubblica Islamica è costretta a ripiegare totalmente entro i propri confini. Teheran è ora più sola che mai, proprio mentre affronta le rivolte interne più violente della sua storia.
Quello che collassa insieme a Maduro è un caso unico di convergenza ibrida tra uno Stato e reti paramilitari/criminali globali. Il “sistema” era centrato sul ruolo dell’organizzazione terroristica libanese Hezbollah, creata, armata e diretta dagli iraniani, che fungeva da hub logistico e finanziario. Hezbollah non operava in Venezuela solo come gruppo terroristico, ma come una vera e propria rete di servizi per il regime di Maduro, usando il territorio venezuelano per trafficare cocaina verso l’Europa e il Medio Oriente, in cambio di una percentuale dei guadagni per finanziare le sue operazioni militari in Libano, e organizzazioni come il Tren de Aragua per il riciclaggio di denaro sporco.
Per anni, il regime di Maduro ha distribuito passaporti e carte d’identità venezuelane a membri di Hezbollah e della Forza Quds iraniana, permettendo loro di viaggiare liberamente in America Latina e nel mondo con identità protette. Lo stop alla distribuzione di documenti d’identità venezuelani a cittadini libanesi e iraniani toglie a Hezbollah la capacità di infiltrare agenti in tutto l’emisfero occidentale con identità insospettabili. Rapporti di intelligence indicano centinaia di combattenti di Hezbollah che erano stati rilocati in Venezuela negli ultimi mesi, per sfuggire ai bombardamenti in Medio Oriente, che ora si trovano isolati. Senza passaporti venezuelani validi, perché erano forniti illegalmente dal regime, rischiano la cattura o l’estradizione negli Usa. Hezbollah ha cercato di mobilitare le proprie cellule dormienti in America Latina, la cosiddetta “area della triplice frontiera” tra Argentina, Brasile e Paraguay, per compiere atti di disturbo, ma la pressione delle agenzie di sicurezza locali, coordinate con gli Usa, sembra aver neutralizzato gran parte di queste minacce. Il governo ad interim venezuelano, sostenuto dagli Usa, ha già annunciato che inizierà una “pulizia” delle istituzioni per individuare ogni individuo legato a Hezbollah o alla Forza Quds.
Tra i proxy iraniani, Hezbollah è quello che subisce il danno operativo più grave. Il Venezuela fungeva da porto sicuro per i suoi operativi. L’isola di Margarita è nota per essere una zona franca dove operano basi logistiche, centri di addestramento e imprese di facciata gestite dai clan Rada e Nassereddine, legati ad Hezbollah. Ora queste zone di confine con la Colombia non saranno più zone franche e gli operativi di Hezbollah perdono la protezione del Sebin, i servizi segreti venezuelani, e sono ora attivamente ricercati dalle forze speciali americane presenti sul territorio.
Centinaia di società fantasma a Caracas, utilizzate dalla Forza Quds dei Pasdaran iraniani per acquistare componenti tecnologiche occidentali soggette a embargo, verranno ora smantellate dall’amministrazione transitoria venezuelana appoggiata dagli Usa. Compagnie aeree sanzionate come Mahan Air e Conviasa hanno gestito per anni voli diretti che, secondo l’intelligence Usa, venivano utilizzati per trasportare armi, contanti e personale militare lontano dagli occhi dei radar internazionali. Con le rotte aeree e navali verso il Venezuela interrotte e i depositi in Siria sotto costante attacco, il ponte aereo che riforniva Hezbollah è ora quasi totalmente bloccato. Gli investigatori stimano che circa 7,8 miliardi di dollari siano passati attraverso l’ecosistema statale iraniano-venezuelano negli ultimi anni per finanziare i proxy iraniani in Medio Oriente. Hezbollah perde così l’accesso diretto ai proventi del narcotraffico del Cartel de los Soles, e al riciclaggio di denaro. Senza la protezione del regime bolivariano, le rotte della cocaina verso l’Africa e l’Europa, gestite da intermediari di Hezbollah, sono ora sotto attacco diretto dell’operazione Southern Spear, della Marina statunitense.
Nel giugno 2022 l’Iran e il Venezuela avevano firmato un Patto di Cooperazione Ventennale (2022-2042), che è l’accordo che ha formalizzato la loro alleanza in settori più critici. L’Iran ha fornito al Venezuela tecnologia militare e consulenza per la manutenzione di sistemi d’arma russi che Caracas non riusciva più a gestire. La Forza Quds, l’unità d’élite delle Guardie rivoluzionarie iraniane, connette Teheran a Caracas. Presso la base aerea El Libertador a Maracay, l’Iran ha installato linee di assemblaggio per droni come il Mohajer-6. Questi droni sono stati usati dal Venezuela per il monitoraggio dei confini e la repressione del dissenso interno. Il Venezuela ha guardato all’Iran come modello per la gestione del dissenso interno, adottando tecniche di oscuramento di internet e di controllo sociale tramite milizie paramilitari. L’Iran ha addestrato i servizi segreti venezuelani e le milizie dei Colectivos nelle tecniche di controllo digitale e guerra asimmetrica, prendendo a modello il corpo paramilitare iraniano dei Basij.
Il secondo pilastro dell’accordo di collaborazione tra Iran e Venezuela che crolla è quello dell’industria petrolifera. L’Iran forniva i diluenti necessari per trattare il greggio extra-pesante venezuelano e i tecnici per mantenere attive le raffinerie come El Palito, mentre il Venezuela esporta greggio pesante verso l’Iran o mercati asiatici, attraverso “flotte fantasma”. Per aggirare il sistema finanziario globale (Swift), Teheran ha accettato pagamenti in oro per le sue forniture di carburante, aiutando Maduro a mantenere rifornito il mercato interno e a finanziare le proprie milizie, i Colectivos.
Finisce con Maduro anche l’economia ombra del petrolio e dell’oro, essendo proprio il rapporto con l’Iran che ha permesso a Maduro di sopravvivere alle sanzioni petrolifere, e che permetteva alla Repubblica Islamica di sostenere la sua debolissima moneta, perché il Venezuela era uno dei pochi paesi a pagare le forniture iraniane in oro fisico. Questo flusso di metallo prezioso era vitale per Teheran per sostenere il valore del rial, attualmente in caduta libera a causa delle proteste interne. Negli ultimi mesi del 2025, i due paesi avevano intensificato anche l’uso delle criptovalute per le transazioni militari, ma il meccanismo rimaneva lo stesso. Con il regime di Maduro è collassato quindi anche il ponte finanziario Off-Shore di Teheran, perché senza Maduro, l’Iran perde il suo principale hub per il riciclaggio di denaro e l’elusione delle sanzioni.
Ora la situazione in Iran sta evolvendo con una rapidità impressionante. Le “Proteste del Pane” iniziate a fine dicembre 2025 hanno raggiunto un punto di rottura. La notizia della cattura di Maduro ha agito come un acceleratore psicologico sulle forze di sicurezza. In diverse città della provincia del Lorestan e del Fars, si segnalano i primi casi di membri dei Basij, la forza paramilitare dei Pasdaran, che si rifiutano di sparare sulla folla. Molti di questi giovani provengono dalle stesse classi sociali colpite dall’inflazione al 50%. Tra i ranghi intermedi dei Guardiani della Rivoluzione si sta diffondendo il timore che i vertici non siano più in grado di garantire la loro protezione. Se un leader come Maduro, protetto da apparati russi e iraniani, è stato prelevato nel cuore di Caracas, i comandanti iraniani si sentono improvvisamente esposti.
Nonostante le crepe, il nucleo duro del regime ha intensificato le esecuzioni. Proprio tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, sono state eseguite almeno 9 condanne a morte per “guerra contro Dio” (Moharebeh), un tentativo disperato di ripristinare il terrore. Ciò che dovrebbe preoccupare di più i dittatori iraniani però dovrebbe essere l’immobilismo della Russia ed il cambiamento di strategia della Cina, alleata sia dell’Iran che del Venezuela. La Russia ha le mani legate ed i piedi impantanati in Ucraina, e quindi ha condannato sul piano diplomatico l’aggressione americana al Venezuela, ma sta tenendo lo stesso comportamento prudente ed attendista che ha avuto con il crollo del regime di Al Assad in Siria. Pechino sta reagendo con una freddezza pragmatica che potrebbe essere il colpo di grazia per il chavismo e un avvertimento per Teheran. Sebbene ufficialmente la Cina condanni “l’interferenza esterna”, fonti diplomatiche indicano che Pechino non ha intenzione di intervenire militarmente per difendere un regime ormai caduto. La priorità cinese è la protezione degli asset: il Venezuela deve alla Cina circa 60 miliardi di dollari.
Funzionari cinesi sono già in contatto con i rappresentanti di María Corina Machado. L’obiettivo di Pechino è garantire che il prossimo governo venezuelano continui a onorare il debito e a fornire petrolio e minerali (oro e coltan), indipendentemente da chi siede al palazzo di Miraflores. Questo pensiero dovrebbe turbare i sonni dei dittatori iraniani più di ogni altra cosa, perché senza la protezione dei suoi padrini, il regime è davvero molto debole.
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