Prodi scuote l’opposizione: senza popolo non si costruisce alternativa credibile oggi
Nel ricordo dell’Ulivo, l’ex premier invita a costruire programma riformista condiviso e primarie credibili, senza attendere gli errori del governo.
A trent’anni dalla vittoria dell’Ulivo, Romano Prodi torna a riflettere su quella stagione politica e, soprattutto, sul presente. Nell’intervista rilasciata a La Stampa, l’ex presidente del Consiglio non indulge nella nostalgia, ma usa il passato come lente per leggere le difficoltà attuali delle opposizioni. Il punto, netto, è che oggi manca ciò che allora fece la differenza: una mobilitazione popolare autentica, capace di trasformare una coalizione fragile in una forza vincente.
“Questi trent’anni non sono passati in un attimo”, osserva Prodi, “sembra sia trascorso un secolo”. Una distanza temporale che non cancella però la centralità di alcune dinamiche politiche. Nel 1996, ricorda, la vittoria non era affatto scontata. Anzi: “Eravamo destinati a perdere”. Di fronte c’era la macchina elettorale guidata da Silvio Berlusconi, definita una “corazzata”, mentre il centrosinistra appariva come una “barchetta”.
Eppure, proprio da quella condizione di debolezza nacque qualcosa di imprevisto. “I comitati si moltiplicarono a migliaia”, racconta Prodi, “entrarono in tutti gli ambiti sociali”. Fu una partecipazione diffusa, spontanea, che coinvolse pezzi di società civile spesso lontani dalla politica organizzata. Una consultazione popolare senza precedenti, che contribuì a ricostruire un legame allora logorato tra cittadini e partiti.
È esattamente questa connessione che, secondo l’ex premier, oggi manca. “Ci ponemmo il problema di ricostituire il rapporto tra società civile e politica”, spiega. “Questo deve essere anche oggi l’impegno delle opposizioni”. Senza questa ricucitura, ogni progetto alternativo rischia di restare astratto, incapace di incidere realmente nel Paese.
Il giudizio sull’attuale fase politica è severo. Per Prodi, l’opposizione soffre soprattutto di una carenza di visione. “Quando non si ha un programma, si aspetta l’errore”, afferma. Un atteggiamento che considera insufficiente anche nei confronti del governo guidato da Giorgia Meloni. “La maggioranza di errori ne ha fatti tanti”, riconosce, “ma non basta aspettarli”.
Il rischio è quello di una politica reattiva, che si limita a inseguire le difficoltà dell’avversario senza proporre un’alternativa chiara. In questo modo, anche eventuali passi falsi del governo non si traducono automaticamente in consenso per chi sta dall’altra parte. Per Prodi, invece, la costruzione del consenso richiede un lavoro preventivo, strutturato, capace di parlare al Paese nel suo insieme.
Da qui l’insistenza su un punto cruciale: il programma viene prima dei leader. “Si tracci un programma riformista”, dice, “e poi su quello si valuti chi sia il più adatto ad attuarlo”. Un rovesciamento rispetto a una tendenza diffusa, in cui la scelta della leadership precede spesso la definizione dei contenuti. Solo partendo da obiettivi condivisi, sostiene, strumenti come le primarie possono recuperare senso e credibilità.
Le primarie, infatti, non sono per Prodi un semplice rito organizzativo, ma un passaggio che deve poggiare su basi solide. “Con questo metodo si dimostreranno una cosa seria”, sottolinea. Senza un progetto chiaro, rischiano invece di diventare competizioni personalistiche, incapaci di rafforzare davvero una coalizione.
Al centro della sua riflessione resta la dimensione democratica intesa come partecipazione. “La democrazia è richiamo al popolo”, afferma, precisando però che non si tratta di un appello generico o emotivo. È piuttosto “un richiamo razionale”, che costruisce consenso attorno a obiettivi concreti e condivisi. In altre parole, non basta evocare il popolo: bisogna coinvolgerlo in un processo politico credibile.
Il riferimento all’Ulivo non è dunque un’operazione nostalgica, ma un modello di metodo. Una coalizione capace di unire forze diverse attorno a un’idea di Paese e, soprattutto, di attivare energie diffuse nella società. “Questo ancora non c’è”, ammette Prodi guardando all’oggi. Ed è proprio questa assenza che, a suo giudizio, spiega la difficoltà delle opposizioni nel costruire un’alternativa competitiva.
Il messaggio finale è chiaro: senza un progetto riformista forte e senza una mobilitazione popolare reale, non esistono scorciatoie. Non bastano gli errori dell’avversario, né le alchimie interne. Serve una visione capace di parlare al Paese e di rimettere in moto quella partecipazione che, trent’anni fa, trasformò una “barchetta” in una forza vincente.
Estratto da Huffpost
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