Primo Maggio. Tre sindacalisti nel santuario sconsacrato
I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil venerdì erano a Marghera, ovvero alla ricerca del “come eravamo”. Fu un caposaldo delle lotte operaie, e oggi è il simbolo di un colpevole declino. Le soluzioni sono unità sindacale e, prima ancora, fondamentali da ridefinire.
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Venerdì i segretari generali delle confederazioni storiche erano a Marghera dove ha avuto luogo la celebrazione nazionale della Festa del Lavoro. La scelta della piazza in cui si sono svolti i comizi corrisponde in pieno alla ritualità delle iniziative promosse in questa ricorrenza. Hanno scelto Marghera significa prima di tutto andare alla ricerca del “come eravamo”, come se dei fedeli tradizionalisti visitassero un Santuario sconsacrato, come se la nostalgia del passato prevalesse sulla speranza del futuro. Il polo industriale di Marghera, nel secolo scorso, ha rappresentato un caposaldo delle lotte operaie. È stato per la petrolchimica ciò che la Fiat è stata per la meccanica e l’industria dell’auto, nonché teatro di vertenze epiche in occasione dei processi di ristrutturazione del settore. Se si vanno a rileggere le cronache di quegli anni si trova la testimonianza di scioperi e manifestazioni che prendevano di mira il cavalcavia che conduce a Mestre. In quegli anni, Marghera non si è fatta mancare nulla: fu all’avanguardia nel rapporto studenti/operai, nell’estremismo politico/sindacale delle organizzazioni di base e persino nelle infiltrazioni del terrorismo.
Col passare del tempo il polo industriale di Marghera non ha subito soltanto i cambiamenti del mercato. Da avamposto del progresso e della modernità, è stato percepito come un disastro continuato, una minaccia innescata, il residuo tossico di una storia conclusa. Lo stesso destino che è toccato alla siderurgia di Taranto. Oggi anche nell’opinione pubblica prevale una vocazione che si rifiuta di conciliare le esigenze dell’ambiente con quelle della produzione e del lavoro. Vivere e lavorare a Marghera e a Taranto sono divenuti elementi tra loro in conflitto, fattori di un contrasto di memorie e identità in cui si esprimono l’eclissi di un modello di sviluppo industriale e la crisi di una cultura del lavoro e di una prospettiva di progresso del paese.
Ormai nell’industria dominano gli ossimori come “chimica verde” o “acciaio pulito”. E a Marghera come a Taranto le organizzazioni sindacali hanno messo in evidenza un’enorme coda di paglia nei confronti delle istanze dell’ambientalismo radicale, sostenuto dall’opportunismo della politica e dall’esondazione delle procure.
Ma, tornando alle manifestazioni venerdì è importante che i leader di Cgil, Cisl e Uil si ritrovino insieme dopo i dispareri e le polemiche che hanno contraddistinto il 2025. Il movimento sindacale italiano ormai è uno e trino, nel senso che in ciascuna organizzazione (ma soprattutto nella Cgil) convivono tre sindacati: l’istanza confederale che ormai agisce in politica come un partito in transizione; le federazioni di categoria che fanno, in modo ancora unitario, il loro mestiere di tutela dei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva; ma la loro azione positiva non viene neppure valorizzata perché striderebbe con la narrazione catastrofista dominante nella rappresentazione della condizione del mondo del lavoro e del paese; i servizi di assistenza dei lavoratori che integrano la loro attività con quella degli enti previdenziali.
Sarà interessante valutare come i segretari, nei loro comizi, saranno in grado di gestire i recenti giudizi differenti, ormulati nei confronti del decreto del Primo Maggio. E soprattutto come i lavoratori accoglieranno questi argomenti diversi. Nei giorni scorsi un gruppo di ex sindacalisti appartenenti alle tre confederazioni hanno scritto una lettera aperta a Landini, Fumarola e Bombardieri invitandoli a riattivare un processo unitario. Sarebbe un’operazione meritoria. Ma prima di tutto occorrerebbe ridefinire e condividere i “fondamentali” dell’essere sindacato.
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