Anno: XXVIII - Numero 29    
Martedì 10 Febbraio 2026 ore 13:30
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Nelle chat il disagio dei magistrati sulla linea del Colle sul referendum

La scelta del Capo dello Stato di confermare la data del referendum accende forti tensioni, mentre il Csm scende in campo in difesa del Primo presidente D’Ascola.

Nelle chat il disagio dei magistrati sulla linea del Colle sul referendum

Sono infuocate le chat dei magistrati, dopo la scelta del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di firmare il nuovo quesito referendario senza imporre uno slittamento della data del voto. Una scelta compiuta su proposta del governo e definita dallo stesso Capo dello Stato «giuridicamente ineccepibile», accompagnata dall’invito a «rispettare» la Corte di cassazione, finita nelle ultime ore al centro di un’ondata di polemiche e attacchi personali dopo l’accoglimento del ricorso presentato da un comitato di 15 giuristi.

La principale novità della giornata riguarda proprio quel fronte: non ci sarà un ulteriore ricorso. A confermarlo è stato l’avvocato Carlo Guglielmi, che ha preso atto della decisione del Consiglio dei ministri di mantenere ferma la data del referendum. «Una scelta – ha dichiarato – che non tiene conto della volontà dei 546.463 firmatari di essere correttamente informati». Pur definendola una «forzatura», Guglielmi ha spiegato che la strategia del comitato non sarà più incentrata sul calendario, ma sull’esito della consultazione: «La battaglia non deve essere sulla data, ma sul merito del referendum. Anche questa vicenda contribuisce a far comprendere la necessità di difendere la nostra democrazia costituzionale». Un comunicato che evita lo scontro diretto con il Quirinale, che altrimenti verrebbe implicitamente messo in discussione.

Tuttavia, sono altri a mettere la figura del Presidente della Repubblica nel mirino delle critiche. Già domenica Il Fatto Quotidiano gli aveva dedicato un titolo di apertura, accusandolo di aver «ignorato» le oltre 500mila firme raccolte per chiedere il rinvio del voto. Se questo fronte polemico non sorprende, a colpire è piuttosto la reazione che si è sviluppata all’interno della magistratura, dove il dissenso ha assunto toni particolarmente aspri, anche se confinati nelle chat private. Che rendono però l’idea del clima di guerra che caratterizza il dibattito referendario.

Nelle affollatissime chat togate si discute infatti animatamente della decisione del Colle, con posizioni che arrivano a mettere in discussione il comportamento del Capo dello Stato e, in alcuni casi, a evocare persino l’ipotesi dell’impeachment. È il segno di una frattura profonda: per quanto la scelta risulti – a dire dello stesso Presidente – formalmente corretta sul piano giuridico, alcuni magistrati intravedono il rischio di una “soggettivizzazione” del ruolo presidenziale e ipotizzano strumenti di reazione istituzionale, come la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato o un più “sereno” conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale per la mancata concessione dei 50 giorni minimi di campagna referendaria. Una strada che, come visto, gli stessi promotori del ricorso hanno deciso di abbandonare.

Se l’ipotesi impeachment può essere vista come una boutade, lo sguardo di una parte della magistratura si spinge già oltre il referendum, alle future leggi di attuazione, dove il rapporto tra componente laica e componente togata del Csm potrebbe essere rimesso in discussione, fino a prospettare nuove questioni di legittimità costituzionale per quanto riguarda la legge ordinaria. Ma non mancano voci dissonanti, che invitano a un confronto meno incendiario e rifiutano l’idea di definire la riforma e il referendum come «eversivi». «Se volevate la guerra, ci siete riusciti», avverte una toga, sottolineando il rischio che, comunque vada, restino solo «macerie».

Nel frattempo si muove anche il Consiglio superiore della magistratura. È stata infatti presentata una richiesta di apertura di pratica a tutela dei magistrati di Cassazione e del Primo presidente Pasquale D’Ascola in particolare, firmata da tutti i consiglieri togati e i laici di centrosinistra, Roberto Romboli, Michele Papa ed Ernesto Carbone. A fare eccezione, tra i togati, la magistrata di Mi Bernadette Nicotra e dell’indipendente Andrea Mirenda. Quest’ultimo ha invece segnalato criticità legate «a talune mancate astensioni e a un gravissimo obiter invasivo delle prerogative del Capo dello Stato». Nella richiesta si ricorda che il provvedimento dell’Ufficio centrale per il referendum «è stato adottato secondo quanto previsto dalla legge, da un collegio rigidamente determinato dalla normativa vigente, sulla base di valutazioni tecniche e con gli strumenti propri della giurisdizione». Un chiarimento reso necessario dopo le accuse di parzialità rivolte al collegio, finito nel mirino di esponenti del centrodestra per l’impegno pubblico di alcuni suoi componenti a favore del No.

«Le decisioni giudiziarie possono sempre essere criticate nel merito, con argomenti giuridici – si legge ancora nel documento – ma le illazioni personali nei confronti dei giudici si traducono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale». Da qui la denuncia di un dibattito politico e mediatico che ha parlato di «golpe giudiziario» o di «quasi colpo di Stato», mettendo in discussione la lealtà istituzionale della Cassazione e del suo vertice. «Il confronto referendario, sebbene fisiologicamente acceso, non può travolgere la giurisdizione e le sue istituzioni», avverte il Csm, ricordando che, qualunque sia l’esito del voto, dal 23 marzo in poi la giustizia continuerà a essere amministrata nel rispetto della Costituzione. Da qui nasce l’iniziativa di tutela, finalizzata a «riaffermare il rispetto dovuto alla funzione giurisdizionale e a impedire che il dibattito referendario si trasformi in una delegittimazione delle istituzioni di garanzia». Un principio che, sottolineano in molti, dovrebbe valere a maggior ragione anche per la più alta carica dello Stato.

Di Simona Musco su Il Dubbio

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