La magistratura ci prende gusto e vuol fare le riforme
Inquietante comunicato dell’Anm che si sente custode della Costituzione e ora si offre di decidere (al posto del Parlamento) come riformarsi. Vecchi vizi raccontati da Cossiga, Andreotti, Sartori, Cassese…
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Più d’uno tra i magistrati che hanno guidato il fronte del No al referendum sulla separazione delle carriere si dice oggi disponibile a discutere, pacatamente, s’intende, di non meglio identificate riforme che riguarderebbero l’ordinamento giudiziario. In astratto, suona bene. Nel concreto, fa un po’ paura. Vedremo perché.
Potrebbe suonare bene, ma dovrebbe fare un po’ paura, anche il comunicato con cui l’Associazione nazionale magistrati ha celebrato la propria vittoria. “Questo risultato non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza”, è scritto. Più avanti si legge: “La relazione con la società civile ha arricchito la magistratura e sapremo trovare gli strumenti perché questa ricchezza sia condivisa e vada a beneficio di tutto il Paese”. Punto di partenza, per arrivare dove? Gli strumenti, per fare cosa? Le domande restano sospese, le possibili risposte non rassicurano.
Un’associazione privata, la Anm, che rappresenta un ordine dello Stato, la magistratura, si è fatta soggetto politico delegittimando una riforma approvata secondo il dettato costituzionale dal Parlamento e sostenendo che il 46% degli italiani che quella riforma avrebbero votato fossero fascisti, o piduisti, o criminali, o comunque intenzionati a sovvertire le regole della democrazia archiviando il principio della separazione dei poteri. Incassata la Vittoria, ci si sarebbe aspettati che la magistratura organizzata rientrasse nei propri ranghi costituzionali. E invece no.
Invece redige e diffonde un documento che può legittimamente essere letto come un proclama politico in cui si erge a garante ultimo della Costituzione in ragione dello speciale rapporto consumato nelle urne referendarie con “i cittadini”.
Tornano alla mente le parole del presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, secondo il quale “l’ideale dei magistrati è che le leggi le devono fare loro. Devono farle loro perché loro sono i migliori… Punto e basta”. Di “supplenza giudiziaria” parlò anche Giulio Andreotti già negli anni ‘80. Cioè, ben prima che Mani pulite disarticolasse l’intero sistema politico repubblicano (“cos’era, del resto, il proclama del Pool di Milano, ribalteremo l’Italia come un calzino, se non un programma politico?”, osservava Cossiga al culmine dell’amarezza). Tesi ripresa nei primi anni ‘90 dal padre della politologia italiana, Giovanni Sartori, che più volte deprecò “la deriva giustizialista” denunciando il pericolo che i giudici diventino “protagonisti della vita politica senza avere legittimazione democratica”.
Di “sconfinamento funzionale”, ha ripetutamente parlato il giudice emerito della Corte costituzionale, Sabino Cassese, rimarcando il fatto che “l’interpretazione giudiziaria non può trasformarsi in produzione normativa surrettizia”. Non è stata da meno, quando ricopriva la funzione di presidente della Consulta, Marta Cartabia, la quale invitò i magistrati a “rispettare il confine tra i poteri, evitando che l’interpretazione si trasformi in supplenza”.
Si ritorna così, d’un balzo, al monito del padre costituente, e raffinato giurista, Piero Calamandrei, che ai magistrati era solito ricordare la circostanza che, a norma di Costituzione, “la giustizia è amministrata in nome del popolo, non in nome dei giudici” e che le leggi, piacciano o meno, le fa il Parlamento, non la magistratura organizzata.
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