È già domani per Schlein.
La leader dem stretta tra Conte, Salis e i riformisti: ritorna l'ipotesi congresso.
Assedio alla segretaria. Da una parte Giuseppe Conte, già in campagna elettorale per le primarie di coalizione. Dall’altra i riformisti dem, che vogliono sfidare la segretaria con un loro candidato. Poi ci sono i mugugni che circolano nella stessa maggioranza Pd. Il 14 ottobre scende in campo la sindaca di Genova: “Il domani inizia sempre oggi” . E c’è anche Giorgio Gori
La segretaria del Pd ha avuto un brusco risveglio alla lettura dei giornali. Il sondaggio di Ipsos per il Corriere della sera accredita il Partito sotto il 20 per cento. Una soglia di allarme. Non succedeva dal 2018, quando alle politiche il partito toccò il suo minimo storico: 18,7 per cento. Al Nazareno c’era Matteo Renzi. Possibile che il Pd di Schlein scivoli così in basso, dopo aver toccato punte del 24 per cento? Nel quartier generale danno una spiegazione che fa leva sull’immagine esterna offerta dai Democratici. “Andiamo sui giornali solo in relazione alle primarie. La gente ha altri problemi, ci avverte distante. Così perdiamo voti”, spiegano. Parte così una sorta di moratoria. “Non parliamo più di primarie”, è l’alert fatto trapelare alle diverse anime del partito.
Alla Casa del popolo di Coiano sabato e domenica è riunita l’area riformista del partito. Qui l’appello di Schlein e compagni non è arrivato. Oppure non l’hanno ascoltato. L’eurodeputato Giorgio Gori chiede che le primarie di coalizione siano aperte anche ad altri esponenti dem oltre alla segretaria. E cita il precedente del 2012, quando nelle primarie a doppio turno Pierluigi Bersani consentì a Matteo Renzi e a Laura Puppato di candidarsi nella competizione che vedeva correre anche Nichi Vendola e Bruno Tabacci. La stessa Schlein potè partecipare alle primarie del Pd, da non iscritta, perché Enrico Letta modificò lo statuto.
Gori, ovviamente, medita di scendere in campo. “Non è il momento di parlare della mia candidatura ma se ci fosse una candidatura riformista sarebbe positivo per il Pd”, dice, allusivo. Il punto dirimente della proposta politica che arriva da Prato è il sostegno militare all’Ucraina. “Non trattabile”, dice Gori, esattamente come lo è per il M5s il non sostegno. I riformisti si preparano a dare battaglia anche sul ddl antisemitismo. Schlein ha chiesto ai deputati di votare contro la legge che a metà ottobre arriverà in aula alla Camera. Emanuele Fiano, Walter Verini, Filippo Sensi, Lia Quartapelle e gli altri esponenti di area riformista non sono d’accordo. “Col voto contrario il Pd rinnega la sua storia”, dice Fiano a Prato. Il presidente di sinistra per Israele potrebbe anche lasciare il partito.
L’ipotesi di un’altra candidatura dem oltre a quella di Schlein si scontra con la posizione di una parte della maggioranza che sostiene la segretaria. “Se dovessimo andare alle primarie sarebbe sciagurato nel caso il Pd proponesse più candidature”, mette le mani avanti il presidente del partito Stefano Bonaccini, subito rimbeccato da Gori. “Qual è il senso di questa chiusura?”, si chiede l’eurodeputato che ricorda come “dalle politiche del 2008 alle europee di due anni fa, il Pd abbia perso qualcosa come 6 milioni e mezzo di elettori”.
Schlein dovrà scegliere se tenere unita la sua maggioranza e dispiacere la minoranza riformista oppure aprire le primarie di coalizione, per incassare il sostegno dei riformisti al secondo turno. La partita si deciderà in prima battuta alla direzione del 2 ottobre e poi all’assemblea nazionale che Schlein intende convocare per novembre e che dovrebbe servire a lanciare la sua candidatura. In quella sede il parlamentino di 700 membri Pd dovrà anche prorogarle il mandato, ufficialmente in scadenza a febbraio del 2027. Secondo il lodo Bonaccini, l’assemblea voterà la proroga e chiarirà che solo il segretario può candidarsi alle primarie di coalizione. Sarebbe una porta sbattuta in faccia ai riformisti, ai cui non resterebbe che votare no alla proroga, e cioè chiedere il congresso del Pd. Tra le ipotesi sul tavolo al momento anche l’uscita dal partito per sostenere una candidatura indipendente alle primarie. Molto dipenderà da quando si andrà a votare e da cosa intende fare Schlein: lo stretto cerchio intorno a lei le suggerisce, a quanto apprende Huffpost, di accettare la sfida del congresso, per godere di un’investitura piena e rilanciare la verve movimentista con cui ha vinto le primarie Pd del 2023. Potrebbero non esserci i tempi. Ma lei, dicono, ci sta pensando.
Chi sta a guardare il Pd calare nei sondaggi e dilaniarsi sull’ennesima conta interna è il presidente del M5s Giuseppe Conte. Anche lui sa quanto è diventato spinoso l’argomento primarie. “Non parliamo più di primarie, ora il primo obiettivo è il programma comune”, risponde ad Huffpost che gli chiede se sarebbe disposto a rinunciare alla competizione per aiutare gli alleati in difficoltà. Fonti M5s spiegano che l’ex premier non intende rinunciare alle primarie. “Dicevano che bisognava aspettare i Cinque Stelle. Noi abbiamo mantenuto gli impegni e siamo pronti, come promesso. Senonché ora si scopre che sono gli alleati ad essere impreparati. Ma noi non possiamo farci carico delle loro divisioni”. Mentre il Pd discute, il leader M5s continua la sua campagna elettorale, con incursioni nei mondi tradizionali della sinistra. Dopo aver partecipato a molte feste dell’Unità, sabato interviene all’assemblea del Centro per la riforma dello stato, presenti anche il tesoriere del Pd Michele Fina e il segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo. “La sicurezza non è affidata all’intervento militare ma a interventi condivisi di disarmo, alla forza del diritto e al primato della politica”, dice tra gli applausi della platea. Il leader punta tutto sul disarmo, capitolo su cui Schlein ha le mani legate dai suoi.
Dal 14 ottobre, il quadro potrebbe complicarsi ulteriormente con l’entrata in scena della sindaca di Genova Silvia Salis. Nel Pd scrutano con preoccupazione la campagna di promozione del suo libro, che si intitola “È già domani”, edito da Feltrinelli. Sarà presentato in tutte le più grandi città. Da Genova, Salis guarda al Paese. “È già domani – si legge nella prefazione – non è il racconto di una carriera. È piuttosto il tentativo di capire che cosa quella strada possa dire del paese in cui viviamo e, soprattutto, di quello in cui vorremmo vivere”. Quasi l’annuncio di una discesa in campo. Suffragata dalle parole della stessa Salis: “Questo libro nasce per raccontare il giorno in cui non ti domandi più dove stai andando, ma ci vai e basta, perché il domani non aspetta, arriva e ti guarda in faccia. E il domani, l’ho imparato bene ormai, inizia sempre oggi.”
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