Mille medici lasciano Roma: stipendi bassi, carichi di lavoro insostenibili e poca tutela spingono i giovani camici verso l’estero
Crescono del 10% le richieste di trasferimento: Israele, Stati Uniti e Regno Unito le mete più ambite. Magi (Omceo): “Serve rendere attrattiva la professione anche in Italia”.
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Mille medici in fuga da Roma. È l’ennesimo campanello d’allarme di un sistema sanitario sempre più impoverito di risorse umane e prospettive. Tra il primo gennaio e il 30 settembre di quest’anno, l’Ordine dei medici di Roma ha rilasciato un migliaio di certificati di good standing, documenti necessari per lavorare all’estero. Un numero in crescita di circa il 10% rispetto al 2024. A partire sono soprattutto giovani appena laureati o specializzandi, desiderosi di costruire la propria carriera fuori dai confini italiani.
Le destinazioni più richieste sono Israele, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Olanda e Danimarca: Paesi dove la professione è tutelata, i salari più elevati e la formazione pagata dallo Stato. «All’estero vieni scelto subito dopo la laurea — spiega Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma — ti fanno specializzare a loro spese e ti offrono vitto e alloggio. Ma soprattutto non esiste la responsabilità penale per l’errore medico non intenzionale».
La differenza con l’Italia è profonda. Qui i camici bianchi devono affrontare stipendi bassi, turni massacranti e un quadro normativo che li espone a continui rischi giudiziari. Nonostante il recente decreto sullo “scudo penale”, la depenalizzazione della professione resta parziale e di difficile applicazione. «Serve introdurre il riferimento al dolo — spiega Magi — perché oggi anche un incidente fortuito, come uno starnuto in sala operatoria, può essere considerato colpa grave».
Oltre al problema della fuga dei giovani, si aggiunge quello dei pensionamenti imminenti: entro la fine dell’anno centinaia di medici di base lasceranno il servizio, senza ricambio adeguato. Nel 2021 nel Lazio si contavano 4.354 medici di medicina generale, oggi sono poco più di 4.000; a Roma sono scesi da 2.126 a 1.982. Alcune specialità, come la medicina d’urgenza, non riescono più a coprire i posti disponibili nelle scuole di specializzazione.
Solo due su dieci, tra coloro che partono, rientrano in Italia. Gli altri restano all’estero, attratti da stipendi che possono triplicare quelli italiani e da un contesto professionale più sereno. «Bisogna rendere la professione medica di nuovo attrattiva anche nel nostro Paese — conclude Magi — partendo da retribuzioni adeguate, formazione di qualità e reali tutele per chi ogni giorno si prende cura della salute degli altri».
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