Anno: XXVIII - Numero 41    
Giovedì 26 Febbraio 2026 ore 13:15
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Legge elettorale, sovranità dimezzata

La stabilità è necessaria, ma senza preferenze la rappresentanza si svuota e il potere si concentra ancora nelle segreterie.

Legge elettorale, sovranità dimezzata

Lo scopo primario di una legge elettorale dovrebbe essere semplice e alto insieme: garantire rappresentanza reale e assicurare un governo stabile per l’intera legislatura. Senza l’una, la democrazia si svuota. Senza l’altra, si paralizza.

In un Paese come l’Italia, dove la frammentazione politica è strutturale, un proporzionale con premio di maggioranza attorno al 40% non è di per sé uno scandalo. Può essere uno strumento per evitare maggioranze raccogliticce e governi effimeri. In astratto, può funzionare. L’alternativa dell’uninominale puro sul modello del Regno Unito resta un riferimento teoricamente solido, ma difficilmente trapiantabile nell’Italia di oggi, per cultura politica e assetto partitico.

Ma la stabilità, da sola, non basta.

Il punto critico della proposta è l’assenza delle preferenze. Qui non siamo nel campo delle formule, ma in quello della qualità democratica. In un’elezione si deve poter scegliere un rappresentante, non limitarsi a votare un simbolo deciso dalle segreterie. Le liste bloccate trasformano l’elettore in un ratificatore passivo di scelte altrui.

Togliere le preferenze significa togliere un pezzo di sovranità effettiva ai cittadini. In un Paese già segnato da un’astensione crescente, è un errore politico grave. Se il cittadino percepisce di non poter incidere sulla scelta delle persone, la distanza tra elettore ed eletto si allarga inevitabilmente. E quando la distanza cresce, cresce anche l’indifferenza.

Si obietta che le preferenze portano con sé degenerazioni: clientelismo, scambio, compravendita. È un rischio reale. Ma la risposta a un uso distorto non può essere l’abolizione dello strumento. Altrimenti, per timore degli abusi, si finisce per comprimere la libertà di scelta.

Leggere che le preferenze non ci saranno “perché non le vuole la Lega” è raccapricciante. E lo è ancora di più il sospetto – forse malizioso, ma non infondato – che in fondo questa soluzione non dispiaccia a nessuno: né alla maggioranza né all’opposizione. Perché concentrare il potere di selezione nelle mani dei vertici di partito conviene a tutti gli apparati.

Qui sta il vero nodo. Più che sulla soglia o sul premio, è sulla possibilità di scelta che si misura la qualità di una riforma. Ridurre la competizione interna e blindare le liste significa rafforzare i capi e indebolire il Parlamento. E un Parlamento debole è un Parlamento meno libero.

Si può discutere se il premio debba scattare al 40%, al 50% o con un eventuale ballottaggio. Si può ragionare sulla soglia di accesso, che una parte dell’opinione pubblica vorrebbe più alta per contenere la frammentazione. Sono questioni tecniche e politiche legittime.

Ma senza preferenze, qualunque formula rischia di nascere monca.

La stabilità è un valore. La governabilità è un’esigenza. Ma la rappresentanza è il fondamento. E una legge elettorale che rafforza i governi indebolendo gli elettori finisce per produrre esattamente ciò che dice di voler combattere: sfiducia, distacco, disaffezione.

La democrazia non è solo decidere chi governa. È poter scegliere chi ci rappresenta. E su questo non dovremmo arretrare di un millimetro.

 

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