Campo largo, che casino!
Leadership in competizione, visioni fragili e il rischio dello strapotere partitico.
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C’è qualcosa di paradossale nel dibattito sul cosiddetto “campo largo”. Più che un progetto politico, sembra una prova di aritmetica elettorale. Sommare sigle non equivale a moltiplicare idee. E se l’operazione nasce per superare frammentazioni e personalismi, finisce spesso per metterli in vetrina.
Le colpe dei padri non ricadono sui figli. Ma nemmeno i meriti si trasmettono per diritto ereditario. È una legge non scritta della politica: ogni generazione deve costruire da sé la propria credibilità. E allora il richiamo a tradizioni socialiste, riformiste o popolari ha senso solo se si traduce in visione contemporanea, non in nostalgico richiamo identitario.
Un progetto di sinistra allargata sarebbe, in linea teorica, non solo legittimo ma persino auspicabile in un sistema plurale come il nostro. Il problema non è l’allargamento nei numeri, ma la profondità delle idee. Se nel “pollaio” i galli sono almeno tre – e ciascuno convinto di dover guidare – la sintesi si fa fragile. L’arrivo di nuove disponibilità, come quella dell’ex sindaco di Roma Ignazio Marino che si dichiara socialista e aperto a un accordo, aumenta forse il perimetro, ma non chiarisce il progetto.
Il bipolarismo, o la sua caricatura, non è di per sé garanzia di democrazia compiuta. In un sistema dove i partiti sono molti e tutti legittimati a competere, è fisiologico che emerga chi raccoglie più consenso. Sarà il più votato a ricevere l’incarico di governo, non necessariamente il migliore. Popolarità e qualità non sempre coincidono.
La politica, del resto, è scienza complessa: serve a governare partiti, istituzioni, imprese, comunità. Ma quando si riduce a regolamento di conti interno, quando lo scontro diventa identitario anche tra forze dello stesso colore, prevale lo strapotere partitico. E quello sì che è un ostacolo alla buona politica: perché trasforma il confronto in faida, la leadership in rivalità permanente, il progetto in tattica.
Un campo largo senza cultura comune rischia di essere solo un campo affollato. E un campo affollato, senza direzione, non vince per visione: al massimo per stanchezza altrui.
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