Iran Gaza e l’Europa pavida nella guerra delle ipocrisie
Sinistra ambigua e Unione remissiva: diritti evocati, autonomia proclamata, ma davanti ai conflitti prevalgono paura, subalternità e indignazione selettiva.
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Se la sinistra italiana riuscisse a superare ambiguità e nostalgie che ancora la attraversano, potrebbe mettere in luce con maggiore efficacia le contraddizioni di una parte della destra — dalla Lega a Fratelli d’Italia — che negli anni ha mostrato vicinanze politiche a leader come Vladimir Putin e Donald Trump.
Invece, la posizione assunta appare spesso poco coerente e politicamente poco incisiva. Lo “strabismo” pacifista è reale e non riguarda frange marginali, ma una parte significativa della sinistra europea.
Il genocidio è una parola che ha un peso storico preciso. Fu genocidio quello del Ruanda nel 1994. Fu genocidio quello degli armeni all’inizio del Novecento. Fu genocidio l’Holodomor in Ucraina negli anni Trenta. Fu genocidio il massacro di Srebrenica. Ma applicare automaticamente la stessa categoria a Gaza significa sostenere l’esistenza di una pianificazione scientifica di sterminio di un popolo: un’accusa che richiede prove giuridiche e storiche rigorose, non slogan.
Il nodo politico, tuttavia, è un altro: la selettività dell’indignazione.
Per mesi si è parlato di “cessate il fuoco” senza nominare l’aggressore in Ucraina, come se la guerra fosse un incidente atmosferico. Lo stesso schema si ripete con l’Iran. Di fronte a un regime che reprime donne, studenti e oppositori, che utilizza impiccagioni ed esecuzioni come strumenti ordinari di controllo, non si è vista una mobilitazione strutturale paragonabile a quella permanente su Gaza.
Figure come Maurizio Landini, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni rappresentano una parte rilevante di quest’area politica. Ma sul dossier iraniano l’indignazione non ha assunto la stessa centralità simbolica e politica. Non è una competizione tra vittime: è una questione di coerenza.
Quando il carnefice è percepito come occidentale o vicino all’Occidente, l’indignazione diventa assoluta. Quando è anti-occidentale, si complica, si relativizza, si fa prudente.
E mentre la sinistra italiana fatica a trovare una linea limpida, l’Europa nel suo complesso offre uno spettacolo altrettanto contraddittorio.
A Bruxelles si parla di autonomia strategica, si rivendica una supremazia morale, si invoca il rispetto del diritto internazionale. Poi, quando Washington e Tel Aviv si muovono sullo scacchiere mediorientale, la reazione appare incerta, timida, frammentata. Un’unione di codardi, viene da dire: parole altisonanti e pratica di sottomissione.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, incarna questa ambivalenza. Nei momenti decisivi i messaggi pubblici risultano spesso più orientati a non irritare la Casa Bianca che a definire una postura realmente autonoma. Si proclama distanza da Trump, ma si teme la sua reazione. Si invoca diritto internazionale, ma si calibra ogni parola in funzione dei rapporti di forza.
Il risultato è paradossale: l’Europa non guadagna né il rispetto degli alleati più muscolari — che, storicamente, non stimano la debolezza — né la fiducia piena dei propri cittadini, che chiederebbero coerenza tra principi dichiarati e scelte concrete.
La bussola dovrebbe essere semplice: libertà dei popoli, diritto internazionale applicato senza doppi standard, solidarietà verso chi resiste a regimi autoritari ovunque si trovino. Finché invece il criterio resterà l’antagonismo selettivo verso l’Occidente o, specularmente, la paura di dispiacergli, una parte della sinistra italiana e una parte dell’Europa continueranno a oscillare. E a rischiare, ancora una volta, di trovarsi dalla parte sbagliata della storia.
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