Il pasticcio perfetto
Un criminale fatto fuggire sotto gli occhi dello Stato. Nessuna spiegazione, nessuna assunzione di responsabilità. Così si logora la fiducia dei cittadini.
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Non servono ipotesi, non servono ricostruzioni fantasiose. I fatti, purtroppo, parlano da soli: un criminale arrestato è stato consapevolmente rimesso in libertà e riportato a casa. Non è stata una leggerezza. È stata una scelta. Grave, deliberata, e – quel che è peggio – tuttora senza spiegazione.
Nel frattempo, mentre l’opinione pubblica chiede chiarezza, in Parlamento va in scena l’ennesima rappresentazione a uso e consumo del consenso: questa volta il tema sono i migranti, ma il copione è sempre lo stesso. Si distoglie l’attenzione, si sposta il bersaglio, si delegittima chi indaga, si insinua che la magistratura sia parte dell’opposizione. Così si accresce lo scontro istituzionale, si alimenta il sospetto, si mina la credibilità delle regole.
L’opposizione politica, che pure comprende ormai ampi settori del potere giudiziario, non riesce a dare risposte efficaci. Confusa, divisa, a tratti complice nel non voler o sapere raccontare davvero ciò che accade. E intanto il governo, seppur traballante, trova nel conflitto il collante che gli mancava.
Di fronte a un caso di questa portata, lo Stato aveva due strade: dire la verità, con coraggio e chiarezza. Oppure, se davvero la vicenda toccava questioni delicate di sicurezza nazionale, assumersi la responsabilità politica di porre un segreto di Stato. Ha scelto la terza via: il silenzio. E nel silenzio, ancora una volta, ha perso credibilità.
Il danno più profondo non è l’errore in sé, ma l’incapacità – o il rifiuto – di spiegare ai cittadini perché certe decisioni vengono prese. Ed è così che, giorno dopo giorno, l’architettura della fiducia si sgretola.
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