Un fortino espugnato (ma non conquistato)
Perché una giustizia in catenaccio permanente può anche non perdere. Ma difficilmente riesce a vincere davvero.
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C’è un’immagine che domina questa fase della giustizia italiana: quella di un fortino che cade. Ma attenzione a non confondere l’espugnazione con la conquista. Perché se è vero che il “fortino” della giustizia di governo è stato simbolicamente violato, non è affatto detto che qualcuno possa oggi rivendicarne il pieno controllo senza rischi.
Il contesto è quello segnato dall’esito referendario, che ha visto la magistratura — sostenuta dalla mobilitazione dell’Associazione nazionale magistrati — uscire rafforzata. Una vittoria politica, prima ancora che tecnica. Ma proprio qui sta il punto: trasformare quel risultato in una sorta di “en plein” istituzionale sarebbe un errore. La giustizia non può permettersi egemonie, neppure temporanee.
In questo scenario si inserisce una novità tutt’altro che secondaria: per la prima volta, alla guida dell’Ufficio legislativo di via Arenula arriva un avvocato, Nicola Selvaggi. Non un magistrato, non un pm, ma un esponente del libero foro. Una scelta che rompe una consuetudine consolidata e che va letta per quello che è: un segnale politico prima ancora che organizzativo.
Il ministro Carlo Nordio mantiene così un impegno assunto pubblicamente: rafforzare la presenza dell’avvocatura nei luoghi in cui si scrivono le norme. E lo fa nel modo più incisivo possibile, affidando proprio a un avvocato la “stanza dei bottoni” della produzione legislativa del ministero.
Non è una scelta neutra. È, al contrario, un tentativo evidente di riequilibrare i pesi in un sistema che, negli ultimi anni, ha visto la magistratura occupare una posizione sempre più centrale — non solo nell’applicazione, ma anche nell’indirizzo delle politiche della giustizia.
Selvaggi rappresenta, peraltro, una figura di sintesi: avvocato e accademico, interno già da tempo alla squadra ministeriale. Una nomina che prova a evitare strappi, pur segnando una discontinuità. E che si inserisce in una strategia più ampia, in cui il governo — anche attraverso l’azione del viceministro Francesco Paolo Sisto — tenta di riaprire un dialogo tra toghe, politica e avvocatura dopo la frattura referendaria.
La parola chiave, oggi, è “disgelo”. Non è un caso che nella comunicazione ufficiale si faccia riferimento alle “ragioni dell’opposizione”: un lessico insolito, che tradisce la volontà di abbassare i toni e ricostruire un terreno comune.
Ma il disgelo, da solo, non basta. Serve un equilibrio vero. Perché se la magistratura può legittimamente rivendicare una vittoria, non può pensare di trasformarla in un mandato politico permanente. E se la politica vuole recuperare spazio, deve farlo senza forzature, puntando sulla credibilità delle scelte.
La nomina di Selvaggi va in questa direzione: non uno scontro frontale, ma un riequilibrio silenzioso. Un segnale che la partita non è chiusa, e che il fortino — pur espugnato — resta un terreno conteso.
La vera sfida, adesso, è evitare che diventi una nuova trincea.
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