Anno: XXVIII - Numero 47    
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I Gesuiti smontano il No ideologico: separazione carriere rafforza la giustizia

Molte parrocchie militano per il No: la fede usata come megafono politico.

I Gesuiti smontano il No ideologico: separazione carriere rafforza la giustizia

C’è un fatto nuovo nel dibattito sul referendum sulla giustizia. Ed è un fatto che merita attenzione, soprattutto in un clima pubblico spesso dominato da slogan e semplificazioni. Una delle voci più autorevoli del cattolicesimo intellettuale, Civiltà Cattolica, la storica rivista dei gesuiti fondata nell’Ottocento e tradizionalmente letta anche nei palazzi vaticani, ha scelto di entrare nel merito della riforma senza demonizzarla. Anzi: riconoscendole una logica e una possibile utilità per il sistema.

Nel saggio firmato da padre Giovanni Cucci e dal giuslavorista Michele Faioli si afferma con chiarezza che il referendum sulla separazione delle carriere rappresenta un passaggio importante per l’ordinamento italiano. Non una questione per specialisti, ma un nodo che riguarda la qualità della democrazia e la credibilità del processo penale. Il punto centrale è semplice: completare davvero il modello accusatorio, distinguendo chi accusa da chi giudica, e allo stesso tempo affrontare uno dei mali più discussi della magistratura italiana, il correntismo.

Non è una posizione propagandistica. Gli autori non ignorano i rischi evocati dai contrari alla riforma. Parlano apertamente delle incognite, del possibile isolamento del pubblico ministero, delle tensioni che potrebbero nascere nei nuovi equilibri dell’autogoverno. Ma propongono anche una chiave di lettura istituzionale: il ruolo del Capo dello Stato, chiamato a presiedere e garantire l’equilibrio tra i nuovi organismi, diventerebbe il perno capace di assicurare la coesione complessiva del sistema.

È un approccio sobrio, giuridico, lontano dalla retorica che ha dominato gran parte della campagna per il No. E proprio per questo appare più convincente di molte prese di posizione che in queste settimane sono arrivate da ambienti ecclesiali.

Colpisce infatti il comportamento di numerose parrocchie, associazioni e realtà cattoliche locali che si sono trasformate, spesso senza troppe cautele, in veri e propri comitati referendari. Incontri, volantini, prese di posizione pubbliche: non per favorire una riflessione libera, ma per orientare esplicitamente il voto. È una deriva che rischia di confondere i piani. La comunità cristiana dovrebbe essere un luogo di formazione delle coscienze, non un altoparlante di schieramenti politici.

Naturalmente il pluralismo nel mondo cattolico è legittimo. Nessuno pretende uniformità di giudizio su una riforma complessa come quella della giustizia. Ma proprio per questo sarebbe auspicabile maggiore prudenza quando si parla ai fedeli da luoghi che dovrebbero restare spazi di ascolto e di discernimento.

La riflessione proposta da Civiltà Cattolica ha almeno il merito di riportare il confronto su un terreno più serio. Ricorda che la questione non è difendere o attaccare un governo, né trasformare il referendum in una battaglia identitaria. Il punto è capire se l’attuale sistema giudiziario, segnato da tensioni interne e da un correntismo sempre più evidente, abbia bisogno di un riequilibrio.

Riformare la giustizia non significa mettere in pericolo la democrazia. Significa, semmai, provare a rafforzarla. E forse il dibattito pubblico farebbe bene a ripartire proprio da qui.

 

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