E' vero al Sud si vive meno, sanità sempre più diseguale
L'allarme del presidente della Fondazione Gimbe, nel corso dell’audizione alla Camera, dipinge un Ssn frammentato: divari territoriali crescenti e autonomie regionali che rischiano di allargarli ulteriormente.
La fotografia scattata dalla Fondazione Gimbe è difficile da ignorare e pone interrogativi profondi sullo stato di salute del Servizio sanitario nazionale. Il dato evidenziato da Nino Cartabellotta, secondo cui tutte le Regioni del Mezzogiorno restano sotto la media nazionale per aspettativa di vita rispetto alla nascita, non rappresenta soltanto una statistica sanitaria, ma il segnale di una disuguaglianza che si è consolidata nel tempo. Se vent’anni fa il divario appariva più contenuto, oggi emerge con maggiore evidenza un sistema che fatica a garantire gli stessi livelli di assistenza a tutti i cittadini, indipendentemente dal territorio in cui vivono.
La questione non riguarda esclusivamente la disponibilità di ospedali o di strutture sanitarie, ma investe l’intera capacità del sistema di assicurare cure tempestive, prevenzione efficace, continuità assistenziale e accesso alle prestazioni. Le liste d’attesa sempre più lunghe, la carenza di personale sanitario e il crescente ricorso alla sanità privata rappresentano problemi diffusi in tutta Italia, ma i loro effetti risultano particolarmente pesanti nelle aree più fragili del Paese. Quando una parte crescente della popolazione rinuncia a visite specialistiche o esami diagnostici per motivi economici o per tempi d’attesa incompatibili con le proprie esigenze, il principio di universalità del servizio pubblico rischia di trasformarsi in una garanzia solo formale.
In questo contesto si inserisce il dibattito sull’autonomia differenziata. Le osservazioni della Fondazione Gimbe invitano a riflettere sulla reale capacità del sistema di sostenere ulteriori trasferimenti di competenze alle Regioni senza aggravare le disparità già esistenti. I dati mostrano infatti differenze marcate non soltanto tra Nord e Sud, ma anche tra le stesse Regioni che chiedono maggiori autonomie. Performance diverse nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza, capacità differenti di attrarre pazienti attraverso la mobilità sanitaria e livelli non omogenei di accesso alle cure rendono difficile immaginare soluzioni uniformi per realtà così eterogenee.
Il rischio evidenziato da Cartabellotta è che, in assenza di Livelli essenziali delle prestazioni chiaramente definiti, finanziati e monitorati, le Regioni economicamente e organizzativamente più forti possano rafforzare ulteriormente la propria posizione, attirando risorse, professionisti e pazienti. Al contrario, i territori già in difficoltà potrebbero trovarsi ad affrontare una crescente perdita di competenze e investimenti, alimentando un circolo vizioso destinato ad ampliare i divari territoriali.
Il tema centrale, dunque, non è essere favorevoli o contrari all’autonomia in linea di principio, ma comprendere se oggi esistano le condizioni per applicarla senza compromettere il diritto alla salute dei cittadini. Prima di ridisegnare gli equilibri istituzionali appare necessario garantire che i diritti fondamentali siano effettivamente esigibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Perché una sanità che offre opportunità diverse a seconda della regione di residenza non rappresenta soltanto un problema organizzativo o finanziario, ma una questione che riguarda direttamente la coesione sociale e l’uguaglianza tra i cittadini.
L’allarme lanciato dalla Fondazione Gimbe va quindi letto come un richiamo alla responsabilità politica. I numeri raccontano un Paese in cui le disuguaglianze sanitarie non si stanno riducendo, ma rischiano di diventare sempre più strutturali. E se il Sud continua a registrare aspettative di vita inferiori alla media nazionale, significa che la sfida non è soltanto migliorare i servizi, ma ricostruire un sistema capace di garantire davvero a tutti gli italiani le stesse opportunità di cura, prevenzione e tutela della salute.
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