Boomerang securitario
Dalle difese senza se e senza ma all’imbarazzato dietrofront: la politica paga la propaganda.
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C’è un tempo per la prudenza e uno per la propaganda. La destra di governo, sul caso Rogoredo, ha scelto il secondo. E ora paga il conto.
A poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri, la sentenza politica era già scritta: solidarietà “senza se e senza ma”, magistrati sotto accusa, scudo penale invocato come salvacondotto preventivo. Non un’attesa, non un dubbio, non un condizionale. La complessità archiviata in nome della narrazione: lo Stato contro il “balordo”, il poliziotto eroe, le toghe nemiche.
Poi l’arresto dell’agente. E il castello si è sbriciolato.
Il copione è cambiato in poche ore. Chi tuonava contro le indagini ora le benedice. Chi parlava di persecuzione giudiziaria scopre improvvisamente che “se ha sbagliato deve pagare più di tutti”. È la politica del megafono: volume altissimo all’inizio, silenzio imbarazzato alla fine. Post cancellati, toni abbassati, capriole lessicali.
Il punto non è anticipare le responsabilità, che spettano ai giudici. Il punto è averle anticipate prima, trasformando un fatto drammatico in una clava ideologica. Difendere le forze dell’ordine non significa sospendere lo Stato di diritto. Sostenere la sicurezza non vuol dire delegittimare chi indaga.
In questi giorni abbiamo visto opinionisti trasformarsi in tifosi, studi televisivi diventare curve, pistole giocattolo brandite come argomenti. Parole che rilette oggi suonano come la sceneggiatura di un film distopico: la giustizia come intralcio, il dubbio come tradimento, la prudenza come debolezza.
La verità è più semplice e più scomoda: la propaganda è un boomerang. Quando lanci slogan assoluti, devi essere pronto a subirne il ritorno. E il ritorno, questa volta, è fragoroso.
La sicurezza è una cosa seria. Proprio per questo non può essere materia da comizio permanente.
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