Antisemitismo, il Pd si spacca: riformisti contro Schlein, unità sempre più lontana.
Due ddl, accuse reciproche e nervi scoperti: sul contrasto all’odio il Pd sceglie lo scontro interno invece della chiarezza politica.
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Nel giorno in cui il Parlamento dovrebbe dare un segnale netto contro l’antisemitismo, il Partito democratico riesce nell’impresa opposta: dividersi, irrigidirsi, personalizzare. Due testi, due linee, due narrazioni che si fronteggiano come se il problema fosse la paternità politica e non l’urgenza morale. La frattura tra riformisti e area Schlein non nasce oggi, ma su questo tema diventa plastica, rumorosa, difficile da ricomporre.
Il punto non è solo giuridico — definizione sì, definizione no — ma profondamente politico. Scegliere una legge “larga” per non regalare argomenti alla destra o una norma specifica per chiamare l’antisemitismo col suo nome non è una finezza tecnica: è una scelta identitaria. E quando questa scelta viene gestita senza coinvolgimento, tra sconfessioni pubbliche e risentimenti privati, il risultato è un partito che appare più preoccupato di regolarsi i conti che di guidare il dibattito nel Paese.
Il paradosso finale è amaro: mentre il Pd litiga, il testo base rischia di essere quello della Lega, con nodi delicatissimi sulla libertà di manifestazione. Un esito che dice molto. Non sull’antisemitismo, che meriterebbe unità e rigore, ma su un partito che, ancora una volta, davanti a un passaggio decisivo preferisce discutere di sé stesso.
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