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“Sinistra per il Sì”: «Un giudice più libero per vincere il referendum»

Alla fondazione Einaudi il secondo appuntamento della "sinistra che vota sì": accolto con entusiasmo lo slogan proposto da Caiazza e "corretto" da Minervini.

“Sinistra per il Sì”: «Un giudice più libero per vincere il referendum»

«La magistratura ha un potere enorme e quello che la magistratura ha conquistato non lo molla». È con le parole di Giuliano Vassalli, partigiano, eroe della Resistenza e padre del codice di procedura penale che Giandomenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa, ha voluto cominciare quella che Anna Paola Concia ha definito la «seconda puntata» della Sinistra che vota Sì, dopo l’esordio a Firenze un mese fa.

Parola d’ordine dei prossimi 40 giorni sarà «un giudice più forte per una giustizia più giusta», ha detto Caiazza nella sala Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in prima linea per il Sì al referendum con il suo presidente Giuseppe Benedetto. Uno slogan leggermente “corretto” poi dal vicepresidente Fai Vittorio Minervini, secondo il quale con il Sì il giudice sarà «più libero», un suggerimento accolto da Caiazza e che ha raccolto l’entusiasmo della platea.

D’altronde, in sala la rimonta del No è ormai riconosciuta da tutti, il «fango in trincea aumenta» come sussurrano in molti e a livello comunicativo c’è bisogno di cambiare marcia. Seduta in prima fila anche la segretaria della Cisl, Paola Fumarola. «Noi del Sì siamo troppo signori, nel senso che cerchiamo di entrare nel merito e questo è difficilissimo – ha spiegato Concia in apertura – bisogna cominciare a sporcarsi le mani, senza fare gli arroganti, cercando di spiegare meglio perché questa riforma farà bene ai cittadini». È lo stesso Stefano Ceccanti, costituzionalista, già parlamentare dem e organizzatore degli eventi della Sinistra che vota Sì in quanto vicepresidente dell’associazione Libertà Eguale, a spiegare che la riforma Nordio non fa altro che «completare il lavoro dei ragazzi del ’99», che riscrissero l’articolo 111 della Costituzione, l’articolo del «giusto processo».

Molti gli interventi, con 25 iscritti a parlare, e un ritornello che va per la maggiore: chi a sinistra vota Sì non è un traditore, ma è ora di uscire dai palazzi e andare per strada a raccattare i voti uno per uno. L’ha spiegato la professoressa Marilisa D’Amico, che ha smontato alcune delle fake più “di moda” tra chi pubblicizza il No, e l’ha ribadita la filosofa ex parlamentare Pds Claudia Mancina.

«In un referendum non può esistere disciplina di partito, d’altronde è proprio questo il senso che ne fu dato in Costituzione – ha spiegato Mancina – La campagna del Pd, come spesso accade, è incentrata sulla difesa della Costituzione ma la Carta può essere modificata come previsto dalla stessa: le riforme costituzionali non sono un attacco a essa, che sa benissimo difendersi da sola». E questa campagna referendaria non si vince nei comizi e nei convegni ma sui social e nei media, come ha spiegato l’ex dirigente Cgil Michele Magno , secondo il quale «con i Bignami e i Delmastro si perdono voti». Tirata in ballo è dunque anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il centrodestra che dovrebbe «darsi una svegliata» in queste ultime settimane prima del voto. Applausi per Giulio Prosperetti, dei Popolari per il Sì, che ha puntato l’accento sui problemi dei nostri processi, sui troppi errori giudiziari, sulla responsabilità dei magistrati. «Si dice che la riforma sminuisca la figura del pubblico ministero ma è vero il contrario», ha spiegato l’avvocato Prosperetti, vicepresidente emerito della Corte costituzionale.

È stata poi la volta di Mario Oliverio, che di errori giudiziari e processi che possono rovinare vita e carriera politica se ne intende. «Bisogna spostare l’asse delle iniziative del confronto sulle questioni politiche e non solo di merito», ha detto l’ex presidente della Calabria richiamando l’importanza dell’avvocatura nella campagna referendaria. In quota ex Pci c’era anche Chicco Testa, secondo il quale «dobbiamo preoccuparci di cosa succederà dopo il referendum» vista la forte polarizzazione della campagna. «Perché non c’è stata una ribellione della gran parte dei magistrati rispetto alle politiche nefaste dell’Anm e al degrado della magistratura?», si è chiesto Testa. E di «riforma garantista» ha parlato Benedetto Della Vedova di Più Europa, il quale però ha spiegato la necessità di «non lasciare questa battaglia alla destra, perché non è la riforma di Nordio né di Berlusconi ma di Vassalli e Pannella».

Presenti anche in quota socialista Bobo Craxi, che ha criticato Gianrico Carofiglio e Roberto Saviano per quelle che ha definito le «balle espresse in tv», e Fabrizio Cicchitto, per il quale «il sorteggio fa paura perché attacca il potere di quei 50 cacicchi che governano la magistratura». Di forte impatto l’intervento dell’ex senatore Pd Stefano Esposito, che ha sottolineato l’importanza di «mettere in campo le facce di chi ha subito dei torti nei processi per far capire ai cittadini cosa cambia con la riforma». Non servono, per Esposito, convegni e conferenze, ma «parlare alla gente al supermercato senza citare codici e codicilli». Concetti ribaditi anche dal presidente di Libertà Eguale, Enrico Morando, secondo il quale «dobbiamo assumere il punto di vista del cittadino».

È stata poi la volta del vicepresidente della Fai, Vittorio Minervini. «Non ci sono alternative alla vittoria del Sì, dobbiamo parlare ai cittadini ma anche ai nostri figli: il giudice non sarà più forte ma più libero perché dobbiamo liberare i giudici da se stessi, dalla magistratura». Serve fare porta a porta, ha ribadito Minervini auspicando la mobilitazione della Cisl. «C’è molta paura, sembra di essere tornati agli anni ’70 ma è proprio in quel periodo che nacque il nuovo codice di procedura penale – ha spiegato – la campagna per il No è fondata sulla paura ma non sanno nemmeno loro quello che stanno dicendo».

Giacomo Puletti su Il Dubbio

 

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