Referendum, una storia di giravolte.
Da Mastella a D'Alema: prima «meglio le carriere separate», ora «la riforma non va»
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Da Mastella a D’Alema: prima «meglio le carriere separate», ora «la riforma non va»In materia di giustizia esiste solo una cosa più imprevedibile delle sentenze: le dichiarazioni del passato. Sfogliando archivi e interviste, convegni e vecchi video, si scopre un curioso gioco delle parti soprattutto a sinistra dove adesso ci sono i più netti fautori del No. C’è chi, ieri, difendeva la separazione delle carriere o il sorteggio e oggi li contesta. E chi li combatteva ora li rivendica. Passi avanti e sguardi indietro, giravolte e precisazioni che scrivono il copione di questa infuocata campagna referendaria. L’elenco è lungo. E ci sono: politici, magistrati, giuristi e rappresentanti della società civile.
Nel biennio 1997-98, la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema (allora leader del Pds), proponeva: «Due distinti ruoli: giudicante e requirente, con due diversi Csm». Insieme a D’Alema firmatari erano Luciano Violante, Franco Bassanini, Cesare Salvi che ritenevano «la separazione necessaria per garantire terzietà del giudice e autonomia del pm» . Pochi giorni fa, in un’intervista al Corriere, l’ex premier ha invece affermato: «Questa è una riforma pericolosa: la destra si traveste, ma rimane forcaiola». Il presidente della Camera, ai tempi, era Luciano Violante: anche lui (nel Pds) era pro separazione, ma il 22 e 23 marzo voterà No.
Assieme a Violante & D’Alema, però, c’era anche l’ex ministro Cesare Salvi, rimasto fedele all’idea di separare le carriere, che dirà Sì. Tra i favorevoli, oggi, ci sarebbero moltissimi esponenti del (defunto) Ulivo. Ora anche l’ex premier Romano Prodi è molto duro: «Voto No, merito di Nordio. Meloni? Si calmi un po’, al Paese non serve un cugino rabbioso». Nel programma dell’Ulivo, con Rutelli premier, la separazione era nel programma «per modernizzare la giustizia e ridurre i conflitti di ruolo».
L’ex Guardasigilli Clemente Mastella nel 2007, durante il Prodi II, presentò un ddl costituzionale per la separazione delle carriere. Oggi la mette sul filosofico-nostalgico: «Al netto delle ragioni culturali, giuridiche ed etiche che ho spiegato e che mi hanno orientato da tempo sul No, Pd e centrosinistra apprendano la lezione della Dc», sostenendo che in certi casi «la disciplina di partito s’impone».
Dall’Ulivo al Pd. Nel 2014, con il governo Renzi, il Guardasigilli Andrea Orlando, a proposito del divieto di passaggio da pm a giudice, spiegava: «Abbiamo realizzato una separazione funzionale. La separazione delle carriere è il passo successivo». E pure Debora Serracchiani, attuale responsabile Giustizia del Pd e in campo per il No, era a favore della separazione.
Marco Travaglio in un video del 2021 si esprimeva a favore del sorteggio per il Csm, ma in una sequenza più recente, il direttore de Il Fatto Quotidiano ha spiegato: «Mai stato favorevole alla separazione delle carriere: chi dice questo di me non sa nemmeno distinguere la faccenda del sorteggio dalla separazione».
Ha cambiato idea Luigi Salvato, ex pg della Cassazione, che definiva la separazione delle carriere «inutile» e persino «dannosa». Oggi è nel Comitato per il Sì. «perché la riforma non incide sui diritti dei cittadini — ha spiegato a Il Dubbio —, anzi permetterà loro di avere due figure di magistrati, che operano entrambe a fini di giustizia, ma eliminando ogni ambiguità». Tra i giuristi va poi menzionato Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Consulta, ma soprattutto oggi alla guida del Comitato per il Sì.
E Antonio Di Pietro, che, nel 2000, affermava: «La separazione delle carriere è il primo passo per trasferire la magistratura inquirente sotto controllo dell’esecutivo». Oggi è uno dei frontman del Comitato per il Sì e giovedì scorso, ospite della premier Giorgia Meloni a Milano, ha incassato una standing ovation per il suo j’accuse contro la casta delle toghe.

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