Referendum: Meloni in piazza a Milano
Il tam-tam dentro Fratelli d’Italia è partito: «Giorgia ci sarà». Il 12 marzo, al teatro Parenti di Milano e guerra permettendo, la premier terrà il primo (e unico) comizio della sua campagna referendaria.
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Evento solo di FdI, senza gli altri leader di maggioranza. Manca ancora l’ufficialità nell’agenda della premier, ma lo stato maggiore del partito è stato avvisato: tutti convocati, da Ignazio La Russa in giù. Sull’opportunità di esserci, Meloni ha ragionato fino all’ultimo. E in queste ore, così raccontano dalla sua cerchia, un peso lo ha avuto pure l’escalation in Medio Oriente, perché con la sua gravità e le mille insidie, rischia di offuscare il voto sulla giustizia. Siamo al rush finale, però. Diciotto giorni alla data X. Nel Pd sono meno inquieti: i «nostri» sono già mobilitati, dicono. Mentre nel centrodestra il grande cruccio è l’affluenza. Per questo da un paio di settimane, i big meloniani bisbigliano all’orecchio della leader: solo tu puoi convincere i nostri elettori a recarsi ai seggi.
I sondaggi sono sempre più ballerini. Per la prima volta su Polymarket, la più grande piattaforma di scommesse in criptovalute al mondo, i contrari alla separazione delle carriere sono dati in testa: 52%. A Palazzo Chigi ogni giorno c’è un briefing. Un pool di sondaggisti ieri sera è stato convocato dai parlamentari di FdI, per studiare gli ultimi numeri. Ecco perché Meloni, nonostante l’iniziale ritrosia (figlia dello sbandierato «non politicizzare») è pronta alla discesa in campo. Non solo in tv, con due interviste in dieci giorni a Sky e Tg5. I Fratelli preparano anche un comizio bis: il 19 a Roma, al palazzo dei congressi. Ma senza la premier: ci sarà la sorella Arianna, con Carlo Nordio.
Il Guardasigilli continua a essere il front runner del sì, nonostante le polemiche e le sortite sghembe. Dopo il Csm «paramafioso», ieri in un’altra intervista, alla Gazzetta del Mezzogiorno, ha paragonato il consiglio superiore della magistratura a un «verminaio», un «mercato delle vacche». Per poi aggiungere, durante un evento a Bari: «La giustizia risente ancora del fascismo». Vincesse il sì, è la promessa del ministro, la «riforma sarà il primo passo», perché l’intenzione è «mettere mano al codice, soprattutto sulla custodia cautelare». C’è spazio per una stoccata pure all’Anm: «La contiguità con la politica mina il principio di terzietà». Il clima è questo. Il portavoce del comitato del sì, Alessandro Sallusti, ieri ha chiesto al procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, di dimettersi, in sostanza, se perdesse il no: «Ne dovrebbe trarre le conseguenze, sarebbe sfiduciato».
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