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I moschettieri del Sì: Petrelli, Manes e Minervini (avvocati)

Invitati a dialogare dalla Sinistra che vota Sì a Firenze, i tre hanno raccolto applausi e consensi.

I moschettieri del Sì: Petrelli, Manes e Minervini (avvocati)

Nei prossimi due mesi saranno presenti in 129 piazze italiane per cercare “di dialogare direttamente con i cittadini per promuovere una conoscenza reale dei quesiti”

Si sono presentati in tre, come i moschettieri. Però sono avvocati. I tre avvocati che hanno ricevuto applausi, messaggi e apprezzamenti dalla nutrita platea post Pci-Pds-Ds e non solo, cioè dalla “Sinistra che dice Sì” riunitasi lunedì a Firenze su iniziativa dell’associazione Libertà Eguale da cui, nel ruolo di esterni, i tre sono stati invitati a dialogare. Rispondono ai nomi di Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali italiane; di Vittorio Manes, avvocato e professore di Diritto Penale a Bologna, e di Vittorio Minervini, vicepresidente della Fondazione dell’Avvocatura italiana. Petrelli è già da tempo alla testa dell’organizzazione che riempirà periodicamente, nei prossimi due mesi, 129 piazze italiane, per cercare, dice al Foglio, di “dialogare direttamente con i cittadini per promuovere una conoscenza reale dei quesiti, cercando di rendere semplici temi complessi”. Lo schema è già collaudato, spiega Petrelli, raccontando “i giorni del 2017, quando gli avvocati scesero in piazza e raccolsero settantaduemila firme, in tempi in cui ancora non si poteva facilitare la procedura con la spid. E’ stata la prima pietra della riforma, partita dall’interlocuzione diretta avvocati-cittadini e poi raccolta da alcuni partiti in Parlamento”. E’ stato così che “l’oggetto misterioso” referendario ha preso forma, e oggi, dice Petrelli, “l’iniziativa nelle piazze ci sembra un modo per cercare di spezzare la polarizzazione che pretende di ingabbiare il voto secondo il dualismo opposizione-maggioranza. Il cittadino deve essere libero di valutare”. Si sentono “in missione”, gli avvocati penalisti: “Sentiamo nostra questa riforma. D’altronde di separazione delle carriere parliamo fin dal 1982, anno di fondazione del’UCP”. L’altro moschettiere Minervini, invece, è entrato nel Consiglio nazionale forense nel lontano 1990, occupandosi costantemente sul campo “della custodia del diritto di difesa, inviolabile ex art 24 della Costituzione”. Minervini è da sempre impegnato contro “l’uso emergenziale della giustizia, il giustizialismo come surrogato della politica e la riduzione del processo a teatro mediatico, attraverso la difesa della presunzione di innocenza, alla dignità della persona oggetto di indagine e sottoposta a processo, l’umanità e il fine di rieducazione della pena e infine la parità davanti al giudice di accusa e difesa”. Motivo per cui Minervini si è sempre occupato, da sinistra, di “diritti civili, eguaglianza sostanziale e persone marginali”. La Fondazione dell’Avvocatura Italiana si muove in questo ambito, anche attraverso il quotidiano dell’ avvocatura Il Dubbio. In questo contesto ha organizzato vari eventi, da “Portiamo la Costituzione in carcere” a “Diritto, guerra e confini”. Vittorio Manes, invece, docente e direttore della rivista “Diritto di difesa”, sottolinea i punti fondamentali dell’azione informativa sul campo: “Intanto bisogna ricordare”, dice, “che questa è una riforma che si propone di innalzare il livello di garanzie per i cittadini” e tra le regole “che il potere deve seguire prima di imporre la mano del processo sull’individuo c’è quello della terzietà del giudice – giudice che deve essere posto in posizione di totale alterità rispetto al pm. Un terzo extra partes”. Inoltre, dice Manes, “la riforma collocherebbe l’Italia vicino alla stragrande maggioranza dei paesi europei rispetto alla separazione senza sottoposizione del pm all’esecutivo”. E poi, dice Manes, “questa riforma non è contro la magistratura, ma vuole favorire e rafforzare la magistratura giudicante, oggi soffocata del dilagante potere di quella inquirente”. Quanto all’obiezione che la riforma sarebbe “di classe” e cioè “dei potenti”, dice Manes, “le riforme garantiste sono sempre state a favore dei più deboli, non il contrario”. 

Marianna Rizzini su Il Foglio

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