Anno: XXVIII - Numero 207    
Venerdì 30 Ottobre 2026 ore 13:30
Resta aggiornato:

Home » Caso Siher, scontro frontale tra Procura e Gip

Caso Siher, scontro frontale tra Procura e Gip

La giudice smonta l’impianto accusatorio, libera l’attivista pro-Pal e apre un caso giudiziario e politico a Milano.

Caso Siher, scontro frontale tra Procura e Gip

La scarcerazione di Youssef Siher apre uno scontro durissimo tra Procura e giudice per le indagini preliminari, trasformando una vicenda giudiziaria in un caso politico e istituzionale. Da una parte il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, e la pm Francesca Crupi, che avevano chiesto il fermo del ricercatore trentenne e attivista pro-Pal, contestandogli l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Dall’altra la gip Tiziana Landoni, che ha respinto la richiesta, non ha convalidato il fermo e ha ordinato l’immediata liberazione dell’indagato. Due ricostruzioni radicalmente incompatibili, che mettono in discussione non soltanto la solidità dell’impianto accusatorio, ma anche il confine tra dissenso politico, propaganda radicale e istigazione alla violenza. La domanda è inevitabile: ha sbagliato la Procura nel valutare il materiale raccolto oppure la gip ha sottovalutato la portata di messaggi, pubblicazioni e iniziative riconducibili al Movimento 17 ottobre? La risposta, naturalmente, non può essere affidata agli slogan né alle appartenenze politiche, ma alle motivazioni del provvedimento e agli elementi che emergeranno dalle indagini. Nella sua ordinanza, Landoni sostiene che, sulla base delle acquisizioni investigative disponibili e fatti salvi ulteriori approfondimenti, Siher non avrebbe mai prospettato il ricorso ad azioni violente nei messaggi pubblicati sul canale Telegram, seguito da circa 11mila iscritti, e sulla pagina Instagram, che ne avrebbe raccolti circa 39mila. Le due piattaforme erano state create la sera del 18 ottobre, dopo le devastazioni avvenute nel centro di Milano, con l’obiettivo di promuovere nuove forme di mobilitazione. Per la giudice, tuttavia, non sarebbe dimostrato che il giovane avesse indicato quelle violenze come un modello da replicare nelle successive manifestazioni. È questo il punto centrale sul quale si consuma lo scontro con la Procura: non basta, secondo la ricostruzione della gip, che il linguaggio sia aggressivo, che la protesta assuma toni radicali o che alcuni utenti intervengano invocando azioni illegali. Occorre dimostrare che la condotta contestata integri concretamente gli estremi dei reati ipotizzati e che sussistano i presupposti per una misura tanto incisiva quanto il fermo. La Procura aveva attribuito ai messaggi di Siher una capacità di suggestione e persuasione tale da trasformare la comunicazione politica in una dichiarazione di guerra permanente, potenzialmente idonea a incutere timore nella popolazione e a destabilizzare la normale vita civile. A sostegno di questa interpretazione veniva richiamato, tra gli altri, un post pubblicato il 20 ottobre: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». Parole che non si distinguono certo per moderazione e che ricorrono a un linguaggio deliberatamente provocatorio, ma che la gip considera insufficienti, da sole, a dimostrare l’istigazione a delinquere. Nell’ordinanza, infatti, si sottolinea che la critica allo Stato, al governo e ai mezzi d’informazione, per quanto aspra e volgare, non contiene riferimenti specifici e concreti ad azioni violente tali da spingere gli utenti a commetterle. La distinzione è decisiva: la radicalità di un messaggio non coincide automaticamente con la commissione di un reato, così come l’invocazione metaforica di una guerra contro il presente politico non equivale necessariamente a un appello alla violenza contro le istituzioni. Ma il confronto tra le due ricostruzioni non si esaurisce nella lettura di un post. Uno degli elementi più rilevanti contestati dalla Procura riguardava la pubblicazione di un vademecum ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011, ritenuto dagli inquirenti uno strumento di incitamento alle tecniche di guerriglia urbana. Anche su questo punto la gip opera una distinzione sostanziale: una cosa è il documento integrale rinvenuto nel computer di Siher, un’altra è la versione effettivamente diffusa online. Quest’ultima, secondo l’ordinanza, non comprendeva quattro pagine contenenti indicazioni potenzialmente più aggressive nei confronti delle forze di polizia. Le pagine pubblicate, rileva la giudice, non contenevano riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare contro gli agenti durante le manifestazioni, né istruzioni su come reagire alle forze dell’ordine. È un passaggio che indebolisce uno dei pilastri dell’impostazione accusatoria, almeno nella fase cautelare, ma che non equivale a un’assoluzione definitiva e non impedisce alla Procura di proseguire gli accertamenti. Restano poi i commenti di alcuni utenti che, secondo gli inquirenti, avrebbero sollecitato azioni violente contro istituti di credito, sedi dell’Inps, Comuni ed edifici politici. La questione è stabilire se e in quale misura tali interventi possano essere attribuiti a Siher, se egli li abbia incoraggiati o fatti propri e se esista un collegamento concreto tra la sua attività online e la commissione di condotte penalmente rilevanti. La semplice presenza di commenti violenti su una piattaforma non dimostra automaticamente la responsabilità del suo amministratore; allo stesso tempo, la gestione di uno spazio digitale può assumere rilevanza penale quando siano provati gli elementi richiesti dalla legge. Anche la sequenza relativa alla convocazione di nuove manifestazioni per il 24 ottobre, seguita dalla revoca dell’appuntamento alla vigilia, era stata interpretata dalla Procura come un possibile indizio di una strategia diretta a eludere i controlli delle forze dell’ordine. In particolare, gli investigatori avevano valorizzato l’annuncio di comunicazioni programmate all’ultimo momento, con l’obiettivo ipotizzato di impedire alla polizia di controllare preventivamente gli assembramenti. La gip, tuttavia, non ha ritenuto che gli elementi raccolti fossero sufficienti a sostenere le contestazioni nei termini prospettati dall’accusa. Ancora più netta è la valutazione sull’aggravante della finalità di terrorismo, che non può essere ricavata automaticamente dalla violenza verbale, dall’opposizione radicale al governo o dalla promozione di proteste conflittuali. Si tratta di una qualificazione giuridica particolarmente grave, che richiede presupposti specifici e una dimostrazione concreta, non la semplice somma di dichiarazioni provocatorie e sospetti investigativi. La giudice ha inoltre escluso che fosse dimostrato un concreto pericolo di fuga. I familiari di Siher avevano comunicato alla polizia che il giovane soggiornava da qualche tempo a Milano insieme alla moglie, ospite di alcune amiche. Neppure il rifiuto di fornire il codice di sblocco del telefono sequestrato è stato considerato un elemento sufficiente a dimostrare l’intenzione di sottrarsi alla giustizia. Per Landoni, quella scelta, definita non inusuale, è di per sé neutra e non può essere interpretata automaticamente come sintomo di una volontà di fuga. Analoga la valutazione dei contatti intrattenuti dal ricercatore con movimenti pro-Pal, con il Fronte della Gioventù Comunista e con organizzazioni sindacali: rapporti che, in assenza di ulteriori elementi, rientrano nell’esercizio di facoltà riconosciute dall’ordinamento e non dimostrano un pericolo concreto di sottrazione alle indagini. È proprio qui che il caso assume una dimensione che va oltre la posizione personale di Siher. La decisione della gip rappresenta una sconfessione significativa della richiesta avanzata dalla Procura milanese e firmata dal suo capo, Marcello Viola. Non è una condanna professionale dei magistrati che hanno sostenuto l’accusa, né la dimostrazione definitiva che l’indagine sia infondata: è una divergenza giudiziaria profonda sulla consistenza degli indizi e sulla possibilità di ricondurre le condotte contestate alle fattispecie penali invocate. La Procura ha ritenuto che il materiale raccolto delineasse un quadro sufficientemente grave da giustificare il fermo; la gip ha stabilito che quel quadro, allo stato degli atti, non reggeva la richiesta. Due valutazioni opposte, con conseguenze immediate sulla libertà personale di un indagato e con inevitabili ricadute sul dibattito pubblico. Il rischio, adesso, è che il caso venga trascinato dentro una contrapposizione politica nella quale ogni parte cerchi una conferma delle proprie convinzioni: chi considera ogni attivismo pro-Pal una minaccia all’ordine pubblico e chi interpreta qualsiasi iniziativa giudiziaria contro un attivista come una persecuzione politica. Entrambe le scorciatoie sono sbagliate. La libertà di manifestazione del pensiero e il diritto di protesta non possono essere compressi sulla base di un linguaggio sgradito o di relazioni politiche legittime; allo stesso tempo, nessuna rivendicazione ideologica può diventare uno scudo per eventuali condotte di istigazione alla violenza, qualora ne siano provati gli estremi. Il punto non è stabilire se Siher sia un eroe della protesta o un pericoloso agitatore, né trasformare la gip in una paladina del dissenso o la Procura in uno strumento di repressione. Il punto è verificare se le accuse abbiano un fondamento giuridico e probatorio adeguato. La scarcerazione non chiude l’inchiesta, non cancella gli atti investigativi e non equivale a un’assoluzione nel merito. Ma impone agli inquirenti di confrontarsi con una valutazione giudiziaria che, almeno sul terreno dei presupposti del fermo e delle contestazioni esaminate, ha respinto la loro impostazione. Per la Procura è una battuta d’arresto che richiede risposte sul piano delle prove; per la gip è una decisione che afferma la necessità di distinguere tra parole estreme e responsabilità penale. Saranno gli sviluppi dell’indagine, gli eventuali nuovi elementi e le successive decisioni giudiziarie a chiarire se l’impianto accusatorio potrà essere rafforzato oppure se le contestazioni resteranno prive di basi sufficienti. Nel frattempo, il caso Siher lascia aperta una questione essenziale per uno Stato di diritto: la fermezza contro la violenza è necessaria, ma non può sostituire la prova; la tutela del dissenso è irrinunciabile, ma non può impedire l’accertamento di eventuali reati. È su questa linea, e non sulla propaganda delle opposte fazioni, che si misura la credibilità della giustizia.

 

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter!Ricevi gli aggiornamenti settimanali delle notizie più importanti tra cui: articoli, video, eventi, corsi di formazione e libri inerenti la tua professione.

ISCRIVITI

Altre Notizie della sezione

Archivio sezione

Commenti


×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.