Anno: XXVIII - Numero 210    
Mercoledì 4 Novembre 2026 ore 13:30
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Siher libero, la giustizia disarma lo Stato?

Scarcerato l’attivista arrestato dopo le violenze di Milano.

Siher libero, la giustizia disarma lo Stato?

La gip non ravvisa gravi indizi: una decisione che impone interrogativi sulla tutela dell’ordine pubblico e sui confini della responsabilità penale.

C’è una domanda che lo Stato non può eludere: fino a che punto può spingersi la mobilitazione di piazza prima che le parole, i messaggi e i comportamenti diventino penalmente rilevanti? La scarcerazione di Youssef Siher, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulle violenze di Milano, riporta brutalmente al centro il rapporto tra libertà di manifestazione, responsabilità individuale e difesa dell’ordine pubblico. E impone una riflessione che non può essere liquidata con una contrapposizione ideologica tra garantisti e repressori.

La gip ha disposto la liberazione ritenendo insufficienti gli elementi raccolti per sostenere le contestazioni nella fase cautelare. Secondo quanto riportato dalle cronache, nei messaggi attribuiti a Siher non emergerebbe un’incitazione alla violenza né un richiamo alle devastazioni del 17 e 18 ottobre come modello da imitare. È questo il cuore della decisione. Non una dichiarazione di innocenza definitiva, non un’assoluzione, ma una valutazione giudiziaria che impedisce di mantenere una persona in carcere sulla base di indizi ritenuti insufficienti.

Ed è proprio qui che si apre il problema politico e civile.

Quando una città viene attraversata da scontri e devastazioni, quando le forze dell’ordine sono chiamate a fronteggiare situazioni di tensione e i cittadini si domandano chi debba rispondere di ciò che accade, la richiesta di sicurezza diventa inevitabile. Non può essere liquidata come una pretesa autoritaria, né può essere soddisfatta con arresti esibiti come trofei. La sicurezza è un diritto collettivo; la libertà personale è una garanzia costituzionale. Uno Stato serio deve difenderle entrambe.

Ma proprio per questo occorre chiarezza. Se gli elementi raccolti non dimostrano un collegamento penalmente rilevante tra le parole di un indagato e gli episodi di violenza, il carcere non può diventare una risposta simbolica alla rabbia dell’opinione pubblica. Se, invece, emergessero responsabilità concrete, dovrebbero essere accertate e perseguite con rigore. La linea di demarcazione non può essere tracciata dagli umori del momento, ma dalle prove.

Questo non significa che ogni decisione giudiziaria debba essere accolta senza discussione. Significa che la critica deve misurarsi con le motivazioni effettive del provvedimento, non con la sua traduzione propagandistica. Se la Procura ritiene che esistano ulteriori elementi, potrà farli valere nelle forme previste dalla legge. Se l’impianto accusatorio non regge, bisognerà prenderne atto. È il prezzo, necessario, di uno Stato di diritto.

Resta però una questione che riguarda la credibilità delle istituzioni: le violenze di piazza non possono essere banalizzate, ma neppure ogni parola radicale può essere trasformata automaticamente in un reato. Occorre distinguere la protesta dall’istigazione, la solidarietà politica dalla partecipazione criminale, la retorica aggressiva dalla concreta responsabilità penale. Confondere questi piani significa indebolire tanto la libertà quanto la sicurezza.

La vera indignazione, dunque, non può consistere nel pretendere il carcere a ogni costo. Deve rivolgersi a un sistema capace di garantire indagini solide, decisioni motivate e responsabilità accertate senza ambiguità. Perché se la giustizia vuole essere credibile deve spiegare le proprie decisioni; e se lo Stato vuole essere rispettato deve dimostrare di saper proteggere i cittadini senza sacrificare le garanzie che lo distinguono da un potere arbitrario.

La scarcerazione di Siher non chiude la vicenda. La rende, semmai, ancora più esigente: ora contano gli atti, le prove e gli sviluppi dell’inchiesta. Non gli slogan, non le tifoserie, non la pretesa che il carcere sia una risposta preventiva alla domanda di giustizia.

La certezza dello Stato non si misura dal numero degli arresti. Si misura dalla capacità di accertare le responsabilità, punire chi commette reati e non colpire chi non può essere accusato sulla base di prove sufficienti.

 

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