La strategia della confusione dell’insospettabile professorino Youssef e gli intellettuali (ancora una volta) negazionisti
Youssef Siher, insospettabile, è una figura piazzata al piano alto dell’edificio della rivoluzione, dove organizzava il movimento: era uno stratega isolato?
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Dov’è il disagio? Youssef Siher non è e non ha la biografia del disadattato. La giustizia farà il suo corso, qui non si fanno le indagini e tanto meno le sentenze, si mettono in fila i fatti. Il nome di Youssef Siher è legato alla pagina digitale del Movimento 17 ottobre, da dove sono partite le indicazioni per mascherare le manifestazioni di Milano, cambiare i luoghi e presentarsi con la «piazza a sorpresa». Operazione eversiva, chiunque ne sia la mente. La storia di Youssef è tutta da scrivere, quella della protesta ha invece già subito una potente correzione, lo storytelling della rivolta degli ultimi della terra è stata bruciata dalla comparsa sulla scena del professorino pro Pal del nord, cresciuto tra la laboriosa Brescia del Torrione Ina, che fu il primo grattacielo d’Italia, e l’edificio della Ca’ Granda dell’Università Statale di Milano. Youssef non è una vittima del sistema, tutt’altro, è dentro il sistema, ha avuto le sue occasioni: l’Italia gli ha aperto le porte dell’accademia, un think tank come l’Ispi (‘pensatoio’ sulla cui impostazione sui temi del Medio Oriente è a questo punto naturale porsi delle domande) lo ha accolto come ricercatore (uno stage nel 2024, sufficiente ad accreditarlo come uno studioso autorevole), scriveva sui giornali. Youssef è un attivista pro Pal e anti-israeliano (aveva chiesto al Comune di Milano di terminare il gemellaggio con Tel Aviv), dunque perfettamente allineato al mainstream con il pilota automatico. In sintesi, Youssef faceva (fa) parte dell’élite intellettuale che non coltiva dubbi e dispensa al banco dei media il farmaco generico delle certezze.
In un tempo che sembra remoto, un professorino come Youssef – che squaderna una biografia perfettamente integrata nell’establishment intellettuale italiano, sostenuto dall’accademia e legittimato dalle istituzioni culturali e dal sistema dell’informazione – sarebbe stato definito come una «mente raffinatissima» tra quelli che gridano “Palestina libera dal fiume al mare”, senza capire cosa significhi, non sapendo da che parte stanno il fiume e il mare. Youssef era (è) una personalità impossibile da individuare nella galassia della retorica del «disagio», nel festival degli spacca vetrine e saccheggiatori dipinti come eroi del nostro tempo. Egli era (è) un insospettabile. Una figura piazzata al piano alto dell’edificio della rivoluzione, dove organizzava il movimento, lo “spiazzava”, ricollocava, metteva e toglieva dall’agenda. Dalla sua pagina digitale partiva una «strategia della confusione» che serviva a generare la tensione. È solo un fantoccio, seppur intelligente? È uno stratega isolato? Non si sa, ma qualche amico in giro lo ha. La sua esecuzione da solista sarebbe straordinaria, quella di una mente superiore. Ma ci sarà qualcun altro che pascola al piano inferiore? Rasoterra, nello scantinato, ci sono gli intellettuali che non hanno capito niente di quello che sta accadendo. Sono il negazionismo allo stato puro, duro come un diamante, ostinato fino allo schiantarsi sul muro di titanio della realtà: manifestazioni alimentate dai pro Pal (bandiere palestinesi ovunque), spinte in piazza da immigrati di seconda generazione (come Youssef), giovani e adulti che odiano l’Occidente (e ambiscono a consumarne le merci, disprezzandone la libertà), soggetti che suggeriscono tattiche di combattimento ideologico (come Youssef), azioni architettate da agenti del caos anti-sistema che sono diventati tribuni grazie al sistema (come Youssef).
Gratta e vinci, sul biglietto escono sempre loro, gli intellettuali di complemento a caccia del complimento, i politici che cercano di cavalcare il disordine (dimenticando che il popolo preferisce l’ordine), quelli che dopo averci raccontato che il furto e la devastazione, l’assalto alla polizia e il saccheggio sono un supremo atto di ribellione sociologica e di presa di coscienza, dopo averci spiegato il mondo (piegando sempre i fatti), sprofondati nell’agio e nell’insopportabile tedio della loro vita borghese, segnalano la loro posizione come una boa che galleggia, inaffondabile, sul mare in tempesta: ancora una volta sono dalla parte sbagliata della storia.
La nota del direttore dell’agenzia Dire, Mario Sechi
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