Anno: XXVIII - Numero 203    
Lunedì 26 Ottobre 2026 ore 13:30
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Codeterminazione, Italia ancora lontana.

Si chiude a Lecce con il confronto europeo sulla partecipazione dei lavoratori il convegno nazionale AGI affronta le sfide del diritto del lavoro. Appuntamento a Napoli nel 2027.

Codeterminazione, Italia ancora lontana.

La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, il confronto tra i modelli europei e le questioni aperte nella tutela giudiziaria contro le discriminazioni. Sono stati questi i temi al centro dell’ultima giornata del Convegno nazionale degli Avvocati giuslavoristi italiani (AGI), ospitato al Teatro Apollo di Lecce, che si è concluso con l’annuncio del prossimo appuntamento nazionale a Napoli nel 2027.

La giornata si è aperta con la tavola rotonda dedicata alla «Partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa: una valutazione comparata nell’ambito dell’Unione europea», introdotta dalla presidente nazionale AGI Tatiana Biagioni e moderata dalla giornalista di Askanews Monica Di Sisto. Al confronto hanno partecipato Francesco Amendolito, avvocato e professore straordinario di Diritto del lavoro e relazioni sindacali all’Università Lum, l’avvocata tedesca Anne-Kathrin Bertke, l’avvocato francese e docente all’Istituto di studi politici di Parigi Christophe Clerc e Adalberto Perulli, avvocato e professore ordinario di Diritto del lavoro all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Al centro del dibattito la legge 76 del maggio 2025, che ha disciplinato la partecipazione dei lavoratori alla gestione, all’organizzazione, ai risultati e alla proprietà delle imprese, dando attuazione al principio contenuto nell’articolo 46 della Costituzione. Una norma che ha riaperto il confronto sul rapporto tra rappresentanza sindacale, governance aziendale e coinvolgimento dei dipendenti nelle decisioni strategiche.

Per Adalberto Perulli, tuttavia, il provvedimento non sembra sufficiente a imprimere una svolta al sistema italiano. «La Costituzione ha disegnato un progetto di emancipazione e democrazia attraverso forme di istituzionalizzazione sia del conflitto sia della partecipazione», ha osservato, distinguendo il semplice diritto all’informazione e alla consultazione dalla possibilità effettiva di concorrere alle decisioni.

La critica riguarda soprattutto la natura volontaria del modello italiano e l’assenza di una tradizione consolidata di partecipazione alla governance delle imprese. «In Italia la partecipazione è rimasta un ideale vago e dimenticato: abbiamo una tradizione conflittuale, non una cultura comunitaria dell’impresa», ha affermato Perulli, secondo il quale la nuova legge non aggiungerebbe elementi sostanzialmente innovativi rispetto alla contrattazione collettiva, lasciando le forme più incisive di partecipazione alla volontà delle parti.

L’esperienza tedesca ha offerto un termine di paragone significativo. Anne-Kathrin Bertke ha illustrato un sistema fondato su due pilastri: i consigli d’azienda, eletti dai lavoratori e dotati di diritti esercitabili nei luoghi di lavoro, e la rappresentanza dei dipendenti nei consigli di sorveglianza delle società. Un modello strutturato, che consente un coinvolgimento diretto nella vita dell’impresa, ma presenta anche costi e complessità procedurali.

La stessa Bertke ha espresso riserve sull’eccessiva articolazione del sistema tedesco, sottolineando come le procedure possano rallentare le decisioni e aumentare i costi aziendali. Una valutazione che ha contribuito a mettere in luce il nodo centrale del confronto europeo: trovare un equilibrio tra efficienza gestionale e partecipazione democratica.

Christophe Clerc ha invece richiamato l’evoluzione francese, dove il coinvolgimento dei lavoratori nelle decisioni aziendali ha progressivamente raccolto consensi anche tra le organizzazioni sindacali e in ambito politico. Secondo l’avvocato, la codeterminazione può contribuire a migliorare il funzionamento degli organi societari, grazie alla presenza di rappresentanti in grado di confrontarsi con i vertici aziendali e di contribuire alle scelte in modo costruttivo.

«La codeterminazione è complessa, ma lo è anche la democrazia, mentre la dittatura è semplicissima», ha affermato Clerc, ricordando come la complessità dei processi decisionali possa comportare costi, ma anche produrre benefici. A sostegno della sua valutazione ha richiamato il caso tedesco, caratterizzato da una forte base industriale e da livelli di conflittualità sindacale che, nella sua lettura, mostrano come partecipazione e competitività non siano necessariamente incompatibili.

Francesco Amendolito ha evidenziato la distanza ancora esistente tra l’Italia e il modello tedesco. Per colmarla, ha sostenuto, non basta intervenire sul diritto del lavoro: occorre affrontare anche il diritto societario e la disciplina della crisi d’impresa. La partecipazione deve diventare una scelta strategica, capace di superare resistenze culturali senza cancellare il ruolo storico del conflitto sindacale.

Amendolito ha inoltre richiamato la responsabilità di chi assume incarichi negli organi societari: «Il seggio del CdA non è una tribuna sindacale». Chi rappresenta i lavoratori in consiglio, ha spiegato, deve essere consapevole delle responsabilità connesse alla funzione e possedere competenze adeguate. In questa prospettiva, le dieci ore annue di formazione previste dalla legge rappresentano, a suo giudizio, soltanto una soglia minima.

Al termine della tavola rotonda, la presidente Biagioni ha ringraziato gli sponsor del convegno e affidato ad Aurora Notarianni, avvocata giuslavorista socia AGI, la presentazione della rivista «DL», fondata dall’avvocato giuslavorista Mario Fezzi, scomparso nel 2024.

La seconda sessione ha spostato l’attenzione sul versante processuale, con una tavola rotonda dedicata alla tutela antidiscriminatoria, moderata da Lola Aristone, avvocata e presidente della sezione Abruzzo di AGI. Sono intervenuti Anna Danesi, avvocata, consigliera di parità della Provincia di Varese e consigliera di fiducia dell’Università dell’Insubria, Romolo Donzelli, avvocato e professore ordinario di Diritto processuale civile all’Università di Macerata, e Maria Luisa Serrano, avvocata e presidente del Comitato per le pari opportunità dell’Ordine degli avvocati di Lecce.

Il dibattito ha evidenziato le difficoltà di un quadro normativo stratificato in circa quarant’anni di interventi legislativi, nel quale procedure e legittimazione ad agire possono variare a seconda del fattore discriminatorio contestato. Donzelli ha denunciato l’assenza di una disciplina organica e di principi generali condivisi per la tutela giurisdizionale collettiva. «Per ogni fattore di discriminazione abbiamo un procedimento diverso e un soggetto legittimato ad agire diverso», ha osservato, giudicando questa frammentazione un problema per l’effettività della protezione.

Particolare attenzione è stata dedicata all’onere della prova. Anna Danesi ha ricordato che, nelle controversie antidiscriminatorie, la normativa prevede meccanismi che agevolano la posizione di chi denuncia una discriminazione, ponendo sul datore di lavoro l’onere di dimostrare che il comportamento contestato non ha carattere discriminatorio, una volta forniti gli elementi richiesti dalla legge.

La questione, secondo Danesi, riguarda soprattutto la formulazione delle disposizioni applicabili. L’articolo 28, comma 4, del decreto legislativo 150 del 2011 fa riferimento agli «elementi di fatto» dai quali il giudice può desumere la discriminazione, senza richiamare espressamente il criterio degli indizi «gravi, precisi e concordanti». Una differenza testuale che, ha osservato l’avvocata, solleva interrogativi sull’effettiva intenzione del legislatore e sull’applicazione concreta della regola probatoria.

Il confronto si è poi concentrato sul nuovo Organismo per la parità, introdotto dal decreto legislativo 91 del 2026, e sulle modifiche al Codice delle pari opportunità. Maria Luisa Serrano ha inquadrato il provvedimento nel percorso di adeguamento della disciplina nazionale alle direttive europee, volto a rendere più omogeneo il funzionamento degli organismi di parità e a rafforzarne l’efficacia attraverso la creazione di un’autorità indipendente.

Restano, tuttavia, diversi aspetti da chiarire. Danesi ha sottolineato che i compiti delle consigliere territoriali sono rimasti invariati, mentre la funzione dell’organismo centrale è stata modificata. Alcune delle nuove disposizioni dovranno essere definite dal regolamento attuativo. Tra le novità, l’organismo potrà raccogliere denunce relative alle discriminazioni di genere e i suoi pareri potranno essere prodotti in giudizio e valutati dal giudice come argomenti di prova, secondo quanto previsto dall’articolo 116 del codice di procedura civile.

Proprio su questo punto sono emerse le maggiori perplessità. Danesi ha evidenziato il rischio che un parere formulato nell’ambito dell’attività dell’organismo possa assumere un peso rilevante nel successivo giudizio, soprattutto nei casi in cui la denuncia venga archiviata e l’azienda interessata decida di produrre quel documento in tribunale.

Donzelli ha allargato la critica al metodo legislativo, contestando la tendenza a recepire le direttive europee attraverso interventi settoriali, senza una ricostruzione sistematica della materia. La tutela antidiscriminatoria, ha sostenuto, rappresenta un esempio delle conseguenze di questa frammentazione. L’interazione tra i nuovi pareri e le regole sull’onere della prova potrebbe infatti, in determinate circostanze, rafforzare le presunzioni di discriminazione e produrre effetti significativi sul processo. Si tratta, ha precisato lo stesso Donzelli, di questioni ancora aperte, che richiederanno un approfondimento interpretativo.

Con il confronto sulle garanzie processuali si sono conclusi i lavori del convegno nazionale AGI a Lecce. La presidente Tatiana Biagioni ha ringraziato relatrici e relatori, partecipanti e collaboratori, dando appuntamento a Napoli per l’edizione del 2027. Il bilancio delle giornate lascia al centro dell’agenda dei giuslavoristi due questioni strettamente collegate: come rendere effettiva la partecipazione dei lavoratori alle scelte d’impresa e come assicurare una tutela antidiscriminatoria fondata su regole processuali chiare, coerenti e applicabili.

Tatiana Biagioni riconfermata presidente Agi

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