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I social sono un’arma. Calenda: «O si moderano o vanno chiusi»

Dalle dirette TikTok durante gli assalti alle vetrine alla dipendenza digitale dei più giovani.

I social sono un’arma. Calenda: «O si moderano o vanno chiusi»

Il leader di Azione chiede controlli sull’età, responsabilità delle piattaforme e uno scudo contro le interferenze straniere. Intanto Meta affronta nuove contestazioni legali per i presunti effetti dei social sui minori.

“I social network non sono più soltanto strumenti di comunicazione – dice Calenda – possono diventare moltiplicatori della violenza, veicoli di propaganda e dispositivi capaci di condizionare i comportamenti dei più giovani”. È questa la denuncia di Carlo Calenda, leader di Azione, che dopo le proteste vandaliche degli ultimi giorni a Milano punta il dito contro TikTok, Instagram e, più in generale, contro le piattaforme digitali accusate di sfruttare meccanismi di coinvolgimento potenzialmente compulsivi.

Il particolare che più colpisce è quello dei ragazzini che, mentre partecipavano agli assalti alle vetrine in piazza Duomo, trasmettevano le proprie azioni in diretta su TikTok. La violenza non soltanto consumata, dunque, ma anche esibita, condivisa e trasformata in contenuto da distribuire online. Un circuito nel quale il gesto vandalico può diventare spettacolo, occasione di visibilità e incentivo all’emulazione.

«Qui il vero problema si chiama TikTok e i social in generale», sostiene Calenda, che respinge la lettura esclusivamente ideologica degli episodi milanesi. A suo giudizio, dietro quelle immagini non c’è necessariamente una precisa matrice politica: c’è anzitutto il teppismo, che potrebbe però diventare ancora più pericoloso se venisse intercettato e organizzato da gruppi dell’antagonismo estremista. Il riferimento è a realtà come Askatasuna e Cambiare Rotta, che il leader di Azione indica come possibili interlocutori di una saldatura tra vandalismo diffuso e militanza violenta.

La preoccupazione riguarda anche gli appuntamenti annunciati dal cosiddetto Movimento 17 ottobre, con nuove mobilitazioni nelle piazze e comunicazioni che, secondo quanto riferito da Calenda, circolerebbero su Telegram e Signal. Il rischio prospettato è quello di una protesta permanente nella quale le piattaforme non si limitino a raccontare gli avvenimenti, ma contribuiscano a diffondere gli appelli e a moltiplicarne la portata.

Il punto centrale dell’accusa è il funzionamento stesso dei social. Calenda richiama i meccanismi psicologici e neurologici che possono sostenere l’uso compulsivo delle piattaforme, affermando che lo scorrimento continuo dei contenuti su Instagram attiverebbe gli stessi neurorecettori coinvolti nella dipendenza da cocaina o nicotina. Una formulazione forte, che richiede una precisazione scientifica: i circuiti cerebrali della ricompensa possono essere coinvolti sia nell’uso dei social sia nelle dipendenze da sostanze, ma questo non significa che i due fenomeni siano equivalenti sul piano clinico.

Resta il problema della progettazione delle piattaforme, degli algoritmi che selezionano i contenuti e dei sistemi che premiano l’attenzione prolungata. Quando gli utenti sono minorenni, la questione diventa particolarmente delicata: l’esposizione ripetuta a contenuti violenti, sessualmente espliciti o che esaltano comportamenti illegali può favorire l’emulazione e rendere più difficile distinguere tra visibilità digitale e conseguenze reali.

Calenda chiama in causa anche la dimensione geopolitica. «Questo lo sanno benissimo sia i manipolatori russi e cinesi che i tecnocapitalisti americani», sostiene, accusando interessi diversi di opporsi a regole più stringenti. Il ragionamento è che la vulnerabilità delle piattaforme possa essere sfruttata tanto per finalità commerciali quanto per operazioni di influenza politica. Si tratta di rischi da affrontare con strumenti di verifica e indagine, distinguendo però le interferenze documentate dalle ipotesi e dalle accuse che devono ancora essere dimostrate.

La ricetta proposta da Azione si articola su più fronti. Il primo è il rafforzamento della verifica dell’età. In Italia, ricorda Calenda, l’iscrizione autonoma ai social è generalmente consentita dai 14 anni, ma i controlli sull’età effettiva degli utenti restano un nodo cruciale. Il leader di Azione richiama il disegno di legge presentato dal suo partito e la proposta bipartisan riconducibile a Lavinia Mennuni e Marianna Madia, indicando nella verifica più efficace dell’età uno degli strumenti per impedire ai bambini di accedere troppo presto alle piattaforme.

Il secondo fronte è quello della moderazione. Per Calenda, TikTok deve essere chiamato a intervenire sui contenuti che promuovono o documentano comportamenti pericolosi, con un’assunzione di responsabilità analoga a quella richiesta alle altre grandi piattaforme. La sua posizione è drastica: se il social non rispetta gli obblighi di moderazione, bisogna arrivare alla chiusura.

È una proposta destinata ad alimentare il confronto politico e giuridico. La rimozione dei contenuti illegali, la prevenzione della diffusione di materiale violento e la protezione dei minori sono obiettivi distinti dalla chiusura di un’intera piattaforma, misura che dovrebbe fare i conti con proporzionalità, libertà di espressione e normativa europea sui servizi digitali. Ma la provocazione di Calenda porta al centro una domanda che le istituzioni non possono eludere: quanto deve essere forte la responsabilità delle aziende quando i loro servizi vengono utilizzati per amplificare comportamenti illegali?

Il leader di Azione insiste anche sull’accesso precoce a contenuti sessuali espliciti, denunciando la facilità con cui bambini e preadolescenti possono imbattersi in materiali inadatti alla loro età. E contesta una lettura del fenomeno della violenza giovanile concentrata esclusivamente sui cosiddetti maranza, ricordando che comportamenti emulativi e modelli diffusi online riguardano anche ragazzi italiani di famiglie benestanti.

Il dibattito non riguarda soltanto l’Italia. In Australia Meta e le sue piattaforme sono chiamate a confrontarsi con iniziative legali che contestano i possibili effetti dei servizi digitali sulla salute e sul comportamento degli utenti più giovani. Negli Stati Uniti, inoltre, il gruppo guidato da Mark Zuckerberg è coinvolto da anni in contenziosi e accuse secondo cui alcune funzionalità sarebbero state progettate per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme, anche a danno dei minori.

Le cifre miliardarie associate a questi procedimenti richiedono tuttavia cautela: senza l’identificazione dell’accordo e del relativo procedimento, non è possibile presentare come accertato che Meta abbia accettato, nell’agosto scorso, di pagare fino a 17,7 miliardi di dollari proprio per le accuse di aver deliberatamente progettato i propri servizi per creare dipendenza. La distinzione tra richieste risarcitorie, accordi transattivi e responsabilità giudizialmente accertate è essenziale per comprendere la portata della vicenda.

Il quadro internazionale mostra comunque che il rapporto tra piattaforme digitali, minori e modelli di business è ormai diventato una questione politica e giudiziaria di primo piano. La protezione degli utenti più giovani non può essere affidata soltanto alla capacità delle famiglie di controllare smartphone e applicazioni: richiede regole efficaci, trasparenza sugli algoritmi e strumenti di verifica realmente applicabili.

La terza proposta di Calenda è lo «Scudo Democratico»: estendere i poteri dei servizi di intelligence per indagare sui finanziamenti occulti dietro determinati profili e riferire al Parlamento. Il leader di Azione richiama il rischio di interferenze straniere nella vita politica, citando il caso rumeno e la circolazione di contenuti rilanciati da profili che ritiene sospetti anche nel dibattito italiano.

È un terreno sul quale la tutela della democrazia deve procedere insieme alle garanzie dello Stato di diritto. L’eventuale ampliamento dei poteri investigativi richiede criteri precisi, controlli parlamentari e giudiziari e la distinzione tra attività di influenza illecita, propaganda legittima e semplice espressione di opinioni politiche.

Calenda, padre di quattro figli, dichiara di vietare in famiglia social e videogiochi fino ai 14 anni, preferendo la lettura. Ma tiene a separare la critica alle piattaforme dalla condanna indiscriminata dei giovani: «Questa non è una generazione perduta, è piena di energia, malgrado noi». Manifestare per chiedere maggiori investimenti nelle borse di studio e nella ricerca, osserva, è non soltanto legittimo, ma doveroso.

È proprio questa distinzione a rendere più urgente il confronto. Una cosa è la protesta, anche radicale, contro le scelte del governo; altra cosa sono il saccheggio, l’aggressione e la devastazione. Se le piattaforme trasformano la seconda in uno spettacolo capace di attirare visualizzazioni e imitatori, la responsabilità delle aziende deve essere verificata e, quando ne ricorrono i presupposti, sanzionata.

Il problema non si risolve però con uno slogan né con la chiusura indiscriminata di un social. Servono controlli sull’età, moderazione efficace, responsabilità verificabili e un contrasto concreto alle reti che organizzano la violenza. Perché la libertà digitale non può diventare un alibi per sottrarre le piattaforme alle regole, così come la sicurezza non può trasformarsi nella giustificazione per comprimere senza limiti i diritti dei cittadini. La sfida è impedire che lo schermo diventi il luogo nel quale il teppismo si organizza, si esibisce e trova nuovi adepti.

 

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