La sicurezza per decreto
Nuovi reati, pene più severe e maggiori poteri coercitivi: la Giunta dell’Unione delle Camere penali contesta il metodo del Governo e denuncia il rischio di comprimere le garanzie costituzionali, soprattutto per i minori.
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La sicurezza non si costruisce soltanto con nuovi reati, pene più severe e poteri più ampi alle forze di polizia. Eppure, è ancora una volta sulla risposta penale che il Governo scommette per affrontare le violenze nelle manifestazioni pubbliche e i fenomeni di criminalità minorile. Una strategia che punta a esibire fermezza, ma che lascia aperta la questione decisiva: quanto queste misure siano realmente necessarie ed efficaci e quale prezzo possano comportare per le libertà individuali e le garanzie costituzionali. È questo il cuore della critica espressa dalla Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane, che mette sotto accusa non soltanto i contenuti del nuovo decreto sicurezza, ma soprattutto il metodo scelto dall’Esecutivo per introdurli. La condanna delle aggressioni, delle devastazioni e degli episodi di violenza è netta e non ammette ambiguità. Ma proprio la gravità dei fatti non può diventare un alibi per sottrarre al confronto parlamentare norme che incidono direttamente sulla libertà personale, sulla responsabilità penale e sulla condizione dei minorenni. Contestare una disposizione non significa giustificare le condotte che intende reprimere: significa chiedere che la risposta dello Stato sia efficace, proporzionata e rispettosa dei principi costituzionali. Il punto, per i penalisti, è che l’inasprimento delle pene non costituisce di per sé la prova di una maggiore sicurezza. Servono dati, valutazioni e una verifica concreta dei risultati, mentre l’espansione dell’area penale rischia di produrre nuovi procedimenti, maggiori ingressi negli istituti di detenzione e ulteriori difficoltà per un sistema già chiamato a garantire percorsi di trattamento e reinserimento. Il problema diventa ancora più delicato quando le norme coinvolgono gli adolescenti, la cui condizione richiede una valutazione specifica e non può essere affrontata semplicemente attraverso l’estensione degli strumenti repressivi. Ma è soprattutto sulla decretazione d’urgenza che la Giunta concentra le proprie obiezioni. Il Governo ha scelto di trasferire nel decreto disposizioni già inserite in disegni di legge all’esame delle Camere, anticipando l’esito di un confronto parlamentare ancora in corso. Una scelta che, secondo i penalisti, comprime gli spazi della discussione e rischia di svuotare di significato il lavoro già svolto dalle commissioni e dagli esperti ascoltati. È il caso delle modifiche relative all’imputabilità dei minorenni, oggetto del disegno di legge C. 3080, sul quale era stato avviato un ciclo di audizioni con il coinvolgimento dell’Unione delle Camere penali italiane, di rappresentanti della magistratura e di psicologi. Un confronto destinato a esaminare le conseguenze della riforma sull’intero sistema della giustizia minorile e le criticità delle soluzioni prospettate. Invece di attendere la conclusione dell’iter e misurarsi con le osservazioni emerse, l’Esecutivo ha deciso di anticipare la materia attraverso il decreto, riducendo lo spazio per un approfondimento organico di questioni tanto sensibili. Lo stesso schema riguarda l’accompagnamento e il trattenimento preventivo di polizia, nonché l’avviso orale accompagnato dal divieto di radunarsi con una o più persone: misure già previste dal disegno di legge A.S. 1990 e ora confluite nel provvedimento d’urgenza. Anche su questi strumenti l’UCPI aveva segnalato profili di criticità durante le audizioni, con particolare attenzione alla loro possibile applicazione ai minori. Il trasferimento delle disposizioni nel decreto, anziché sciogliere i dubbi sollevati, rischia così di aggirare proprio il confronto nel quale quelle obiezioni avrebbero dovuto essere approfondite. La questione non è dunque soltanto politica, ma investe il rapporto tra Governo e Parlamento e il corretto esercizio della potestà legislativa. L’articolo 77 della Costituzione consente il ricorso ai decreti-legge in presenza di casi straordinari di necessità e urgenza. Proprio per questo, osserva la Giunta, occorre spiegare perché norme già all’esame delle Camere non possano attendere la conclusione del percorso legislativo e quali circostanze eccezionali rendano indispensabile anticiparne l’approvazione. Quando sono in gioco la libertà personale, le misure preventive e i presupposti della responsabilità penale dei minorenni, la necessità e l’urgenza non possono ridursi a formule utilizzate per giustificare una decisione già presa. Il rischio denunciato è che la sicurezza venga trasformata in una rappresentazione di fermezza, nella quale l’annuncio di nuove sanzioni prevale sulla verifica della loro utilità. Una politica che confonde il rigore con l’efficacia e la rapidità con la qualità delle decisioni può ottenere un risultato immediato sul piano della comunicazione, senza necessariamente risolvere i problemi che dichiara di voler affrontare. La sicurezza pubblica è un obiettivo irrinunciabile, ma non può essere separata dalle garanzie che delimitano l’esercizio del potere. Né può diventare il terreno sul quale la specificità della condizione adolescenziale viene sacrificata alla ricerca di una risposta immediata. Il messaggio della Giunta dell’Unione delle Camere penali è quindi chiaro: reprimere la violenza è un dovere dello Stato, ma non ogni misura presentata come necessaria è, per ciò stesso, giusta o efficace. La solidità di una politica di sicurezza si misura anche dalla capacità di motivare le scelte, ascoltare le competenze, rispettare il Parlamento e dimostrare che le restrizioni introdotte siano davvero indispensabili. Perché, quando la sicurezza diventa soprattutto una questione di annunci e la decretazione d’urgenza sostituisce il confronto, il rischio è che a essere indebolite non siano soltanto le garanzie individuali, ma anche la credibilità delle istituzioni.
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