Anno: XXVIII - Numero 201    
Giovedì 22 Ottobre 2026 ore 13:30
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Non è un assalto ai forni: i violenti vogliono vestiti e orologi costosi

Parla il politologo Marco Tarchi: «Con metà del paese che è pronta ad accusare chi “criminalizza il dissenso” non c’è da stupirsi che le forze dell’ordine assumano atteggiamenti passivi»

Non è un assalto ai forni: i violenti vogliono vestiti e orologi costosi

Per Marco Tarchi, politologo dell’università di Firenze, gli scontri nelle piazze degli scorsi giorni «non sono affatto spontanei» e si possono contenere solo isolando, controllando e limitando nelle possibilità di azione gli istigatori della violenza prima che si possano inserire nelle manifestazioni di cui si avvalgono».

Professor Tarchi, che idea si è fatto delle proteste in corso in questi giorni a Milano, ma anche a Torino e Bologna?

Che sono il frutto della convergenza di più fattori. In primo luogo, non sono affatto spontanei: ad organizzarli c’è la nebulosa dei centri sociali, quell’“area dell’antagonismo” di ispirazione anarco-insurrezionalista di cui spesso si parla ma di cui si è lontani – soprattutto a livello di opinione pubblica – di percepire la pericolosità, soprattutto quando l’etichetta antifa la rende tutt’altro che indigeribile ad ampi settori della sinistra istituzionale. In secondo luogo, c’è la disponibilità alla mobilitazione e alla violenza di una massa di giovani che vivono ai margini delle grandi città e non vedono l’ora di avere un’occasione per sfogarsi contro un mondo che, al tempo stesso, invidiano e odiano, perché vorrebbero appartenervi ma sanno di non poterci riuscire.

In che modo è possibile tenere insieme il diritto di manifestare pacificamente con la necessità di garantire l’ordine nelle nostre città?

Isolando, controllando e limitando nelle possibilità di azione gli istigatori della violenza prima che si possano inserire – espressione che preferisco a “infiltrare”, perché i manifestanti pacifici in gran parte sono pienamente consapevoli della loro presenza nei cortei e la tollerano, sapendo che gioverà comunque alla visibilità delle loro proteste – nelle manifestazioni di cui si avvalgono. Se non si spezzerà questo circolo vizioso, gli episodi come quelli degli scorsi giorni si ripeteranno ad ogni occasione possibile.

Il governo interviene con l’ennesimo decreto sicurezza: è la strada giusta per contrastare quanto sta avvenendo?

Non sono provvedimenti risolutivi, ma perlomeno possono dare un segnale. Anche se il problema vero è il clima di opinione che circonda il fenomeno. Con metà del paese che è pronta ad accusare chi “criminalizza il dissenso” e un ceto intellettuale – a partire dagli insegnanti delle scuole medie, come si è visto in Francia e su scala per ora più ridotta in Italia – disposto a legittimare ogni tipo di protesta e a lanciare grida d’allarme contro la “repressione poliziesca”, non c’è da stupirsi che le forze dell’ordine, di fronte a vere e proprie rivolte, assumano atteggiamenti pressoché passivi.

Molti dei “casseurs” italiani sono minorenni: come risolvere il disagio giovanile latente presente soprattutto nelle periferie?

Ascolto incessantemente le voci di chi sostiene che, invece di reprimere, occorrerebbe “fare qualcosa” per alleviare questo disagio. Ma non sento mai avanzare soluzioni. Il profilo della massa di questi distruttori è ormai nota; loro stessi, quando vengono intervistati, dicono chiaramente perché si comportano in un certo modo. Dicono di volersela prendere “con lo Stato”, ma che cosa vorrebbero ottenere dalle istituzioni? Non ne hanno la minima idea. Il loro è un misto di invidia sociale per chi li sovrasta nella scala sociale e un categorico rifiuto di accettare di misurarsi con le prove che permettono di scalare, su quella scala, qualche gradino. Siamo ben lontani dall’immagine indebitamente evocata dell’“assalto ai forni”: qui non c’è fame, ma desiderio di procurarsi biciclette di ultima generazione, vestiti alla moda, orologi costosi. L’integrazione nei modi di vita ordinari del paese in cui sono finiti a vivere, per loro è inaccettabile. Si nutrono di musica rap, di “canne” e di altre forme di svago e di cultura per sentire l’orgoglio dell’estraneità a un ambiente che detestano.

Come si può “rimediare” a questa condizione?

Rimediare a questa condizione mi pare impossibile. L’esempio francese lo dimostra. I piani – economicamente onerosi – che sono stati messi in atto in quel paese per fornire ai ghetti peri-urbani (le cités) strumenti di aggregazione, socializzazione e inserimento scolastico e lavorativo non hanno dato frutti tangibili. La gang o la moschea rimangono, per molti, gli unici punti di riferimento. In Italia non siamo ancora arrivati a questo punto, ma la strada su cui ci siamo incamminati è quella, ed è un piano inclinato. E non vedo, purtroppo, sbocchi pacifici di un malessere di cui si sarebbero dovute a suo tempo individuare – ed eliminare – le cause. Di cui il lassismo di fronte ai crescenti flussi migratori è il fulcro.

Di Giacomo Puletti su Il Dubbio

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