È una generazione tradita, la repressione scava un solco...
Parla l'ex segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti: «Chi governa dovrebbe studiare chi protesta e aprire con loro un dialogo alto, nelle scuole e nelle università»
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Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e segretario di Rifondazione comunista, spiega che quella che protesta «è una generazione che si è sentita tradita dalla democrazia e offesa dall’attitudine delle classi dirigenti a ignorarla» e che «quando la violenza esplode come forma di un’identità distruttiva va capita la genesi» andando «in-contro e non contro».
Presidente Bertinotti, ha seguito gli eventi degli scorsi giorni a Milano e in Europa?
Sì, ed è evidente che in Europa siamo di fronte a una rottura sociale politica e culturale che si manifesta nelle piazze e nelle strade nelle forme più diverse. Questa forma di rivolta, chiamiamola così perché è senza una guida e una strategia decise dall’alto, è un rifiuto. Ed è un rifiuto policentrico. Non c’è una continuità, se non nelle vicende degli ultimi anni. Basta vedere ai gilet jaunes sia ad alcune esperienze negli Usa che parlano di questa nuova stagione di conflitto sociale e che è generazionale.
Di cosa questa generazione sente la mancanza?
È una generazione che si è sentita tradita dalla democrazia e offesa dall’attitudine delle classi dirigenti a ignorarla. Ignorarne le istanze sia materiali che etiche e morali. Il mondo di sopra non ha saputo nemmeno guardarli, altroché dialogare o confrontarsi. Per un decennio ne abbiamo parlato come della generazione degli sdraiati. La smentita non poteva essere più clamorosa. Quella di oggi è una generazione che irrompe nella scena e quando ha visioni alte come su Gaza diventa moto generazionale, quando invece ha basi materiali allora subentra la condizione della casa, della scuola, della povertà, il disagio della precarietà come condizione di un’intera generazione. Tant’è vero che quando prende una piega politica la si vede soprattutto nei voti municipali, da New York a Berlino.
C’è però differenza tra il movimento pacifico e i violenti di Milano…
La violenza entra in questo sommovimento appunto perché parliamo di un movimento policentrico. C’è una violenza che sta nel campo della lotta ma sta a sé, va indagata come fenomeno di violenza a-politica. Totalmente diversa dalle manifestazioni di violenza connesse ai movimenti o per infiltrazione o per estremizzazione di alcuni elementi. Non è un’ala estrema dei movimenti che si manifesta nella violenza. La violenza si manifesta in sé, non ha una valenza politica. Non c’è cosa più stupida che tentare di etichettare questa cosa. Se pensiamo che sia un’articolazione anche patologica del movimento prendiamo lucciole per lanterne. Sono cose separate. C’è un’irruzione sulla scena che è intrinsecamente distruttiva.
Per quale ragione si manifesta tale violenza?
Vanno indagate le ragioni certamente, per esempio si può dire che è una violenza di chi si sente escluso e infatti si manifesta con la distruzione di beni a cui normalmente non può accedere. La vetrina contiene beni a cui chi le distrugge non accederà mai per via ordinaria. Sono le vetrine che richiamano l’odio sociale. Non sto dicendo che “le vetrine” siano colpevoli, voglio essere molto chiaro. Però quando la violenza esplode come forma di un’identità distruttiva va capita la genesi.
Anche attraverso la repressione?
Questa è la via sbagliata. La via delle sbarre è già stata percorsa ma è disastroso replicare all’esclusione con l’esclusione. Si risponde con il rifiuto, di fatto dando ragione a chi si sente escluso. Ma insisto nel dire che si tratta di una parte, mentre c’è una parte predominante che manifesta per vie larghissimamente pacifiche e che porta una domanda di qualità nella vita e nella società. Questa è la parte promettente di questa costellazione di forze.
Come le si risponde?
In primis valorizzando il movimento. Inviterei chi pensa che la rivoluzione sia un pranzo di gala ad ascoltare “Contessa”, colonna sonora del 1968, per capire lo spirito del tempo, che non era immune da elementi durissimi di conflitto. Quel movimento aveva un indirizzo politico che motivava anche certe forme di violenza, sempre all’interno del quadro democratico. Un conservatore illuminato come Aldo Moro come reagisce a tale movimento? Con la strategia dell’attenzione. Dovrebbero adottarla anche i governanti attuali. Dovrebbero studiare chi protesta e aprire con loro un dialogo alto, nelle scuole e nelle università. Non andare contro ma andare in-contro. Ma temo che non sarà fatto.
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