La sinistra lasci alla destra l'illusione del leader che tutto risolve
Non basta contrapporre al capo di destra un capo di sinistra, sperando che una diversa personalità produca automaticamente una diversa azione.
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È ormai una banalità sentir ripetere che la sinistra non sarebbe dotata di un leader. Non soltanto oggi: da sempre, o almeno dalla Seconda Repubblica, quando l’alleanza di centrosinistra si sarebbe dimostrata particolarmente allergica alle leadership. Ma bisognerebbe anzitutto chiedere a chi diffonde questa platitude che cosa intenda esattamente per leader. Probabilmente risponderebbe: una persona di bell’aspetto, giovanile, dalla parlantina sciolta, fotogenica e telegenica, capace di un’oratoria semplice, immediatamente comprensibile “alla gente”. Insomma, qualcuno che sappia bucare lo schermo.
Eppure, a vincere per due volte le elezioni politiche alla guida del centrosinistra è stato Romano Prodi. E il Partito democratico ha ottenuto il suo risultato elettorale più importante, dopo la stagione di Walter Veltroni, con Pier Luigi Bersani. Prodi e Bersani sono due figure assai lontane dal modello di leader oggi nvocato; e neppure Veltroni, a ben vedere, possedeva tutte le caratteristiche richieste da quello. Quando invece il Pd è stato guidato da personalità più vicine all’identikit del leader telegenico, i risultati non sono stati particolarmente brillanti: in alcuni casi, il partito ha toccato i propri minimi storici.
Non sarà, allora, che il tipo di leader oggi reclamato per la sinistra sia, in realtà, un modello di destra? E che, quando lo si trapianta su un corpo politico diverso, il risultato finisca per assomigliare a Frankenstein: una creatura assemblata mettendo insieme pezzi eterogenei, senza che ne derivi necessariamente un organismo vitale?
Al di là della distinzione fra destra e sinistra, il leader che oggi si vorrebbe per quest’ultima sembra avere soprattutto le caratteristiche di un attore o di un cantante. Non è una novità: almeno dagli anni Settanta del secolo scorso, la politica ha progressivamente assunto le forme e i linguaggi dello spettacolo.
Si tratta, del resto, di una credenza, quella nell’individuo eccezionale, che assomiglia a un’autentica superstizione: si crede nella personalità unica, dotata di una visione e di una volontà straordinarie, capace di cambiare il corso della storia e di trascinare con sé i propri “guerrieri di Camelot”, scelti personalmente dal capo per realizzarne il disegno. Una concezione che poteva apparire plausibile nell’Ottocento e che ha continuato a esercitare una notevole influenza nella prima metà del Novecento. Ma dopo le esperienze di Mussolini, Hitler, Franco e di tanti altri dittatori, avremmo dovuto almeno imparare a diffidarne.
Non si tratta soltanto di una lezione politica. Nell’ultimo secolo, la filosofia e le scienze sociali hanno progressivamente smontato l’idea che regge il “culto della personalità” , cioè che la storia possa essere spiegata come il prodotto della volontà di pochi grandi individui. Psicologia, psicoanalisi e neuroscienze hanno ulteriormente complicato la rappresentazione di un soggetto pienamente consapevole, razionale e padrone delle proprie decisioni. La mente umana è assai meno trasparente a se stessa di quanto ci piaccia credere; e la volontà individuale, per quanto importante, non basta a spiegare né le scelte di una persona né, tanto meno, il corso degli eventi.
Anche la biologia e la fisica ci hanno abituato a guardare ai fenomeni come al risultato di interazioni, condizioni e sistemi complessi, anziché come alla semplice espressione di una volontà isolata. Sarebbe improprio ricavarne una confutazione scientifica diretta della leadership: ma è proprio questa visione sistemica a suggerirci quanto sia ingenuo attribuire a un singolo individuo il potere di trasformare la realtà.
A credere ancora nel mito del “grande uomo” (o grande donna) sembrano essere rimasti solo una parte dei politologi e, naturalmente, gli esponenti della classe politica. Questi ultimi, peraltro, non vanno neppure troppo biasimati: stanno semplicemente vendendo il proprio prodotto. Chiedere a un politico di rinunciare alla ideologia spontanea della leadership sarebbe infatti come chiedere a un macellaio di farsi promotore delle virtù del veganesimo. Perché, se la politica è presentata come una contesa fra personalità, il prodotto da vendere diventa il capo stesso: la sua immagine, la sua volontà, la promessa che il suo arrivo al potere cambierà ogni cosa.
Basta guardare alla politica italiana. Si pensi alla convinzione, o almeno alla promessa implicita, che sostituire Giorgia Meloni con Elly Schlein basterebbe a cambiare radicalmente il Paese, mentre ieri era Meloni a sostenere che, con lei al posto di Mario Draghi, l’Italia sarebbe “tornata grande”. Cambia il nome del capo, cambia il campo politico, ma resta intatta la superstizione: l’idea che sia sufficiente mettere la persona giusta al posto giusto perché la realtà si adegui alla sua volontà.
È per uscire da questa falsa credenza che vale la pena ascoltare la voce di Jared Diamond, autorevole biologo e geografo, prossimo ai novant’anni, per molti anni docente all’Università della California a Los Angeles. Diamond è noto soprattutto per libri fondamentali come Armi, acciaio e malattie, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1997 e la sua opera mostra, fra le altre cose, quanto sia tenue il confine fra le cosiddette scienze naturali e quelle sociali: per comprendere le società umane occorre considerare l’ambiente, le risorse e le condizioni materiali, ma anche le istituzioni, le relazioni e i comportamenti collettivi. E viceversa, lo studio della natura può beneficiare di strumenti e prospettive propri delle scienze sociali.
Nel suo nuovo libro, Profits, Prophets, Coaches and Kings: (When) Do Leaders Make a Difference? (Penguins 30 euro), in uscita anche in traduzione italiana per Einaudi il 3 novembre, Diamond affronta proprio una domanda che dovrebbe interessare molto più di quanto non faccia il dibattito politico corrente: i leader servono davvero? Lo studioso non si limita ai capi politici, ma estende l’analisi a quelli religiosi, agli imprenditori e agli sportivi. La risposta, come scrive lui stesso, è “mista”. I leader non esistono nel vuoto: la loro azione dipende da reti di relazioni e connessioni che li precedono e li trascendono. E tuttavia, all’interno di queste reti, un individuo o un gruppo dirigente può introdurre innovazioni, cogliere opportunità e imprimere agli eventi una direzione diversa da quella che avrebbero altrimenti preso.
La leadership, dunque, conta, ma non è onnipotente. E soprattutto non è mai autosufficiente. Anche il condottiero per eccellenza, il capo militare che sembra incarnare nella forma più pura il mito dell’individuo eccezionale, ha bisogno di condizioni favorevoli e di una buona dose di fortuna. L’esempio di Gengis Khan, proposto da Diamond, è illuminante. Il più grande stratega militare della storia, scrive lo studioso, “aveva bisogno non solo di genio militare e politico, ma anche di pioggia. Le precipitazioni degli ultimi secoli sulla steppa mongola sono state ricostruite attraverso gli anelli degli alberi di antichi pini. Ne è emerso che i decenni dell’ascesa e della maturità di Gengis Khan coincisero con il periodo più costantemente umido della storia recente della regione. Più pioggia significava più erba per gli animali da pascolo; dunque, più pecore e capre da mangiare, più latte di cavalla da bere, più cavalli da cavalcare in battaglia e più bambini mongoli destinati a diventare adulti capaci di cavalcare quei cavalli”. Il grande condottiero, insomma, aveva bisogno anche del clima favorevole.
La leadership pesa, secondo Diamond, ma il suo raggio d’azione è limitato. Il ruolo della personalità individuale può apparire maggiore in ambiti come lo sport e l’impresa, nei quali è più facile identificare risultati e prestazioni, anche se neppure qui il campione o l’imprenditore di successo sono comprensibili senza considerare le squadre, le organizzazioni e le condizioni che ne rendono possibile l’affermazione. Chi conosce davvero lo sport sa che persino il fuoriclasse più straordinario ha bisogno di una squadra all’altezza, e che questo vale fin negli sport cosiddetti individuali.
In politica, poi, il ruolo del leader carismatico appare ancora più difficile da isolare, poiché l’universo politico è immensamente più complesso di quello sportivo o imprenditoriale. Non è un caso che oggi tanti politici, nel tentativo di vendere meglio il proprio prodotto, amino paragonarsi agli imprenditori e soprattutto agli sportivi: e che anzi molti imprenditori siano diventati essi stessi politici. Il linguaggio della competizione, della prestazione e del successo individuale è, infatti, assai più efficace sul piano comunicativo di quello, inevitabilmente più complicato, dei compromessi, delle istituzioni e delle relazioni di potere. Ma davvero riusciamo a immaginare Alcide De Gasperi che si paragona a Gino Bartali, o Palmiro Togliatti che si presenta come un Fausto Coppi della politica? De Gasperi e Togliatti, per inciso, oggi probabilmente non rientrerebbero neppure nella categoria dei leader. Troppo seri, troppo poco spettacolari, non abbastanza carismatici secondo l’accezione televisiva del termine che si è imposta nel nostro tempo.
Che la mente di destra continui a illudersi sulla potenza trasformatrice del capo non sorprende, il culto dell’autorità personale appartiene a una sua lunga tradizione. Ma proprio per questo chi si colloca altrove dovrebbe essere più critico, più vigile, più smaliziato. Non basta, infatti, contrapporre al capo di destra un capo di sinistra, sperando che una diversa personalità produca automaticamente una diversa azione. Se non altro perché così si finisce per accettare, insieme al modello dell’avversario, anche la sua idea di politica.
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