Anno: XXVIII - Numero 199    
Martedì 20 Ottobre 2026 ore 13:00
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Milano, la protesta diventa una prova per lo Stato

Dai social alla guerriglia, dai saccheggi all’«esproprio proletario»: chi ha alimentato la mobilitazione? Le responsabilità vanno accertate, ma la violenza non può essere mascherata da giustizia sociale.

Milano, la protesta diventa una prova per lo Stato

Tredici giorni per accendere le piazze, mobilitare migliaia di giovani e lasciare a Milano le immagini di una città ferita da scontri, saccheggi e vetrine distrutte. La vicenda di Italia in Piazza impone una domanda che non può essere archiviata con le consuete formule sul disagio giovanile: chi ha trasformato un account Instagram appena nato in uno strumento di mobilitazione nazionale e quanto c’è di spontaneo in una protesta che, nel giro di pochi giorni, è arrivata a registrare episodi di violenza e devastazione?

La risposta non può essere una condanna indiscriminata dei manifestanti. Il diritto di scendere in piazza, contestare il governo e denunciare le disuguaglianze è una libertà costituzionale che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Ma proprio perché la libertà di manifestazione è un pilastro della democrazia, occorre impedire che venga utilizzata come copertura per comportamenti che nulla hanno a che vedere con il dissenso. La protesta è una cosa, l’aggressione agli agenti e il saccheggio dei negozi un’altra. Confondere i due piani significa fare un favore a chi usa la piazza come terreno di scontro.

L’account @italiainpiazza17 compare il 4 ottobre e convoca una manifestazione per il 17. In meno di due settimane si moltiplicano le pagine territoriali, i rilanci su Instagram e Telegram, i video e gli appelli. Il richiamo alle proteste giovanili francesi contribuisce ad alimentare l’attenzione. Intorno alla mobilitazione emergono sigle, attivisti e personaggi con esperienze politiche differenti, da Erick Jara, già candidato con Milano Libera, al movimento Nuovi italiani, fino a realtà riconducibili a tradizioni ideologiche anche contrapposte.

È un mosaico che non dimostra, da solo, l’esistenza di una regia unitaria. Ma rende necessario capire chi abbia promosso le iniziative, quali reti abbiano contribuito alla loro diffusione e se qualcuno abbia cercato di indirizzare la protesta verso obiettivi estranei alla manifestazione pacifica. I social consentono di aggregare rapidamente migliaia di persone senza passare attraverso le strutture tradizionali dei partiti e dei movimenti. La velocità, però, non cancella le responsabilità individuali e non rende impossibile l’organizzazione di condotte illegali.

A Milano, il 17 ottobre, la situazione è precipitata. Bombe carta, transenne utilizzate contro gli agenti, danneggiamenti e saccheggi hanno trasformato la manifestazione in uno scenario di scontro. Successivamente, nelle chat sarebbero circolate indicazioni su come affrontare arresti, lacrimogeni e manganelli, insieme a manuali di area anarchica e discussioni sulla preparazione degli scontri. In una conversazione sarebbe comparso anche un sondaggio sui negozi da devastare. Sono elementi che richiedono verifiche puntuali, perché potrebbero contribuire a chiarire se e in quale misura la violenza sia stata preparata o incoraggiata. Non autorizzano a considerare colpevole chiunque abbia partecipato al corteo, ma neppure consentono di liquidare tutto come una degenerazione improvvisa e imprevedibile.

Ancora più grave è il tentativo di attribuire ai saccheggi una patente di legittimità politica. L’attivista Raffaele Giuliani ha rilanciato il video di giovani che consegnano a un senzatetto vestiti sottratti ai negozi, accompagnandolo con la formula «esproprio proletario». Un’espressione che richiama una stagione dei movimenti radicali, ma che non modifica la natura dei fatti. Se un bene viene sottratto senza il consenso del proprietario, regalarlo successivamente a una persona in difficoltà non trasforma automaticamente il furto in un gesto di giustizia sociale.

La povertà esiste, le disuguaglianze sono reali e chi vive ai margini ha diritto a risposte concrete. Ma perché la solidarietà dovrebbe passare attraverso il danno imposto a chi lavora, investe e tiene aperto un negozio? Il commerciante non è il responsabile delle ingiustizie del mondo, né può essere trasformato nel bersaglio simbolico di una battaglia combattuta in nome degli ultimi. La solidarietà finanziata con la proprietà altrui non è solidarietà: è una giustificazione ideologica del saccheggio.

È qui che il linguaggio politico rischia di diventare uno strumento di mistificazione. Si chiama redistribuzione ciò che è sottrazione, emancipazione ciò che è violenza, protesta ciò che può diventare intimidazione. In questo modo si finisce per confondere la denuncia delle disuguaglianze con la negazione dei diritti degli altri. Una democrazia deve saper ascoltare anche le contestazioni più radicali, ma non può accettare che la forza sostituisca la legge o che le vetrine di un commerciante diventino il campo di battaglia di una presunta rivoluzione sociale.

La vicenda ha assunto anche una dimensione politica con l’intervento di Ilaria Salis. L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra ha espresso preoccupazione per i giovani fermati dopo i disordini, denunciando l’incertezza sul luogo in cui sarebbero stati trattenuti alcuni di loro e richiamando l’attenzione sulla presenza di numerosi minorenni con background migratorio. Salis ha sottolineato che, anche qualora alcuni dei fermati avessero commesso reati, i loro diritti fondamentali dovrebbero essere garantiti senza eccezioni. Ha inoltre evocato il rischio di derive autoritarie, accusando la destra di essere animata da uno spirito di vendetta classista e razzista, e ha ribadito che l’Italia è uno Stato di diritto, non uno Stato di polizia.

Il principio garantista non è negoziabile. Le persone fermate hanno diritto a conoscere le ragioni dei provvedimenti che le riguardano, a essere assistite legalmente e a vedere rispettate tutte le garanzie previste dalla legge. La responsabilità penale è personale e deve essere accertata nelle sedi competenti. Nessuno può essere considerato colpevole per la propria origine, per le proprie idee o per la semplice presenza in una manifestazione. E nessuna emergenza di ordine pubblico può diventare il pretesto per sospendere i diritti.

Ma il garantismo deve valere per tutti, non soltanto per chi si trova dalla parte politicamente più vicina. Vale per i giovani fermati e per gli agenti aggrediti, per chi manifesta pacificamente e per i commercianti che si ritrovano le attività danneggiate. Difendere i diritti dei fermati è doveroso; non può significare minimizzare la violenza o lasciare in secondo piano le vittime dei disordini. Allo stesso modo, condannare i saccheggi non autorizza a invocare punizioni preventive o a mettere in discussione le garanzie costituzionali.

Il governo ha il dovere di garantire la sicurezza dei cittadini, proteggere le forze dell’ordine, tutelare le attività economiche e assicurare che le manifestazioni si svolgano nel rispetto della legge. Le opposizioni, le associazioni e i movimenti che partecipano alla mobilitazione hanno una responsabilità altrettanto chiara: prendere le distanze senza ambiguità dagli atti di violenza e dai saccheggi. Non basta invocare il disagio sociale quando le strade sono devastate. Occorre dire con chiarezza che la rabbia può spiegare un conflitto, ma non rende legittimo qualsiasi comportamento.

Anche le risposte di sicurezza devono essere valutate senza automatismi. L’eventuale impiego di militari con funzioni di supporto può rafforzare la presenza sul territorio, ma non sostituisce il lavoro investigativo, la prevenzione e l’individuazione dei responsabili. Non esiste una soluzione esclusivamente repressiva a fenomeni che si alimentano anche attraverso reti digitali, radicalizzazione e assenza di prospettive. Ma non esiste neppure una politica sociale credibile che tolleri la devastazione delle città in nome della rabbia.

Il confronto con le tensioni registrate in Francia e in altri Paesi europei invita alla prudenza. Le dinamiche di radicalizzazione e le violenze urbane meritano attenzione, ma non possono essere ricondotte automaticamente a un’unica causa o attribuite a intere comunità. Servono informazioni attendibili, indagini e prevenzione, non generalizzazioni. Lo Stato deve essere presente, ma deve esserlo attraverso l’applicazione imparziale della legge, non attraverso la costruzione di capri espiatori.

Italia in Piazza è dunque un campanello d’allarme, non la prova definitiva di un’unica regia eversiva. I collegamenti emersi, le conversazioni successive ai disordini e le eventuali indicazioni per organizzare gli scontri devono essere verificati. Proprio per questo occorre evitare sia la minimizzazione sia le conclusioni affrettate. La trasparenza delle indagini è indispensabile per distinguere chi ha partecipato pacificamente, chi ha commesso reati e chi eventualmente ha organizzato o incoraggiato le condotte violente.

Resta una domanda politica che non può essere elusa: chi sta cercando di trasformare una mobilitazione nata sui social in un conflitto permanente, e con quali obiettivi? La risposta non può essere affidata alle suggestioni, alle accuse reciproche o alle convenienze di partito. Spetta agli accertamenti ricostruire i fatti e alle istituzioni garantire che nessuno sia sottratto alla legge, né per le proprie idee né per la propria appartenenza.

I giovani meritano ascolto, la povertà merita risposte, le piazze meritano libertà. Ma nessuna di queste ragioni può diventare un alibi per aggredire la polizia, devastare le città o saccheggiare i negozi. E nessuna esigenza di sicurezza può cancellare i diritti di chi viene fermato. È questa la linea che separa uno Stato democratico dalla logica della forza: fermezza contro la violenza, garanzie per tutti e responsabilità accertate senza sconti. Quando la protesta pretende di sostituirsi alla legge, non allarga la democrazia. La mette alla prova. E lo Stato deve superare quella prova senza arretrare né sulla sicurezza né sulle libertà.

Tredici giorni per accendere le piazze, mobilitare migliaia di giovani e lasciare a Milano le immagini di una città ferita da scontri, saccheggi e vetrine distrutte. La vicenda di Italia in Piazza impone una domanda che non può essere archiviata con le consuete formule sul disagio giovanile: chi ha trasformato un account Instagram appena nato in uno strumento di mobilitazione nazionale e quanto c’è di spontaneo in una protesta che, nel giro di pochi giorni, è arrivata a registrare episodi di violenza e devastazione?

La risposta non può essere una condanna indiscriminata dei manifestanti. Il diritto di scendere in piazza, contestare il governo e denunciare le disuguaglianze è una libertà costituzionale che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Ma proprio perché la libertà di manifestazione è un pilastro della democrazia, occorre impedire che venga utilizzata come copertura per comportamenti che nulla hanno a che vedere con il dissenso. La protesta è una cosa, l’aggressione agli agenti e il saccheggio dei negozi un’altra. Confondere i due piani significa fare un favore a chi usa la piazza come terreno di scontro.

L’account @italiainpiazza17 compare il 4 ottobre e convoca una manifestazione per il 17. In meno di due settimane si moltiplicano le pagine territoriali, i rilanci su Instagram e Telegram, i video e gli appelli. Il richiamo alle proteste giovanili francesi contribuisce ad alimentare l’attenzione. Intorno alla mobilitazione emergono sigle, attivisti e personaggi con esperienze politiche differenti, da Erick Jara, già candidato con Milano Libera, al movimento Nuovi italiani, fino a realtà riconducibili a tradizioni ideologiche anche contrapposte.

È un mosaico che non dimostra, da solo, l’esistenza di una regia unitaria. Ma rende necessario capire chi abbia promosso le iniziative, quali reti abbiano contribuito alla loro diffusione e se qualcuno abbia cercato di indirizzare la protesta verso obiettivi estranei alla manifestazione pacifica. I social consentono di aggregare rapidamente migliaia di persone senza passare attraverso le strutture tradizionali dei partiti e dei movimenti. La velocità, però, non cancella le responsabilità individuali e non rende impossibile l’organizzazione di condotte illegali.

A Milano, il 17 ottobre, la situazione è precipitata. Bombe carta, transenne utilizzate contro gli agenti, danneggiamenti e saccheggi hanno trasformato la manifestazione in uno scenario di scontro. Successivamente, nelle chat sarebbero circolate indicazioni su come affrontare arresti, lacrimogeni e manganelli, insieme a manuali di area anarchica e discussioni sulla preparazione degli scontri. In una conversazione sarebbe comparso anche un sondaggio sui negozi da devastare. Sono elementi che richiedono verifiche puntuali, perché potrebbero contribuire a chiarire se e in quale misura la violenza sia stata preparata o incoraggiata. Non autorizzano a considerare colpevole chiunque abbia partecipato al corteo, ma neppure consentono di liquidare tutto come una degenerazione improvvisa e imprevedibile.

Ancora più grave è il tentativo di attribuire ai saccheggi una patente di legittimità politica. L’attivista Raffaele Giuliani ha rilanciato il video di giovani che consegnano a un senzatetto vestiti sottratti ai negozi, accompagnandolo con la formula «esproprio proletario». Un’espressione che richiama una stagione dei movimenti radicali, ma che non modifica la natura dei fatti. Se un bene viene sottratto senza il consenso del proprietario, regalarlo successivamente a una persona in difficoltà non trasforma automaticamente il furto in un gesto di giustizia sociale.

La povertà esiste, le disuguaglianze sono reali e chi vive ai margini ha diritto a risposte concrete. Ma perché la solidarietà dovrebbe passare attraverso il danno imposto a chi lavora, investe e tiene aperto un negozio? Il commerciante non è il responsabile delle ingiustizie del mondo, né può essere trasformato nel bersaglio simbolico di una battaglia combattuta in nome degli ultimi. La solidarietà finanziata con la proprietà altrui non è solidarietà: è una giustificazione ideologica del saccheggio.

È qui che il linguaggio politico rischia di diventare uno strumento di mistificazione. Si chiama redistribuzione ciò che è sottrazione, emancipazione ciò che è violenza, protesta ciò che può diventare intimidazione. In questo modo si finisce per confondere la denuncia delle disuguaglianze con la negazione dei diritti degli altri. Una democrazia deve saper ascoltare anche le contestazioni più radicali, ma non può accettare che la forza sostituisca la legge o che le vetrine di un commerciante diventino il campo di battaglia di una presunta rivoluzione sociale.

La vicenda ha assunto anche una dimensione politica con l’intervento di Ilaria Salis. L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra ha espresso preoccupazione per i giovani fermati dopo i disordini, denunciando l’incertezza sul luogo in cui sarebbero stati trattenuti alcuni di loro e richiamando l’attenzione sulla presenza di numerosi minorenni con background migratorio. Salis ha sottolineato che, anche qualora alcuni dei fermati avessero commesso reati, i loro diritti fondamentali dovrebbero essere garantiti senza eccezioni. Ha inoltre evocato il rischio di derive autoritarie, accusando la destra di essere animata da uno spirito di vendetta classista e razzista, e ha ribadito che l’Italia è uno Stato di diritto, non uno Stato di polizia.

Il principio garantista non è negoziabile. Le persone fermate hanno diritto a conoscere le ragioni dei provvedimenti che le riguardano, a essere assistite legalmente e a vedere rispettate tutte le garanzie previste dalla legge. La responsabilità penale è personale e deve essere accertata nelle sedi competenti. Nessuno può essere considerato colpevole per la propria origine, per le proprie idee o per la semplice presenza in una manifestazione. E nessuna emergenza di ordine pubblico può diventare il pretesto per sospendere i diritti.

Ma il garantismo deve valere per tutti, non soltanto per chi si trova dalla parte politicamente più vicina. Vale per i giovani fermati e per gli agenti aggrediti, per chi manifesta pacificamente e per i commercianti che si ritrovano le attività danneggiate. Difendere i diritti dei fermati è doveroso; non può significare minimizzare la violenza o lasciare in secondo piano le vittime dei disordini. Allo stesso modo, condannare i saccheggi non autorizza a invocare punizioni preventive o a mettere in discussione le garanzie costituzionali.

Il governo ha il dovere di garantire la sicurezza dei cittadini, proteggere le forze dell’ordine, tutelare le attività economiche e assicurare che le manifestazioni si svolgano nel rispetto della legge. Le opposizioni, le associazioni e i movimenti che partecipano alla mobilitazione hanno una responsabilità altrettanto chiara: prendere le distanze senza ambiguità dagli atti di violenza e dai saccheggi. Non basta invocare il disagio sociale quando le strade sono devastate. Occorre dire con chiarezza che la rabbia può spiegare un conflitto, ma non rende legittimo qualsiasi comportamento.

Anche le risposte di sicurezza devono essere valutate senza automatismi. L’eventuale impiego di militari con funzioni di supporto può rafforzare la presenza sul territorio, ma non sostituisce il lavoro investigativo, la prevenzione e l’individuazione dei responsabili. Non esiste una soluzione esclusivamente repressiva a fenomeni che si alimentano anche attraverso reti digitali, radicalizzazione e assenza di prospettive. Ma non esiste neppure una politica sociale credibile che tolleri la devastazione delle città in nome della rabbia.

Il confronto con le tensioni registrate in Francia e in altri Paesi europei invita alla prudenza. Le dinamiche di radicalizzazione e le violenze urbane meritano attenzione, ma non possono essere ricondotte automaticamente a un’unica causa o attribuite a intere comunità. Servono informazioni attendibili, indagini e prevenzione, non generalizzazioni. Lo Stato deve essere presente, ma deve esserlo attraverso l’applicazione imparziale della legge, non attraverso la costruzione di capri espiatori.

Italia in Piazza è dunque un campanello d’allarme, non la prova definitiva di un’unica regia eversiva. I collegamenti emersi, le conversazioni successive ai disordini e le eventuali indicazioni per organizzare gli scontri devono essere verificati. Proprio per questo occorre evitare sia la minimizzazione sia le conclusioni affrettate. La trasparenza delle indagini è indispensabile per distinguere chi ha partecipato pacificamente, chi ha commesso reati e chi eventualmente ha organizzato o incoraggiato le condotte violente.

Resta una domanda politica che non può essere elusa: chi sta cercando di trasformare una mobilitazione nata sui social in un conflitto permanente, e con quali obiettivi? La risposta non può essere affidata alle suggestioni, alle accuse reciproche o alle convenienze di partito. Spetta agli accertamenti ricostruire i fatti e alle istituzioni garantire che nessuno sia sottratto alla legge, né per le proprie idee né per la propria appartenenza.

I giovani meritano ascolto, la povertà merita risposte, le piazze meritano libertà. Ma nessuna di queste ragioni può diventare un alibi per aggredire la polizia, devastare le città o saccheggiare i negozi. E nessuna esigenza di sicurezza può cancellare i diritti di chi viene fermato. È questa la linea che separa uno Stato democratico dalla logica della forza: fermezza contro la violenza, garanzie per tutti e responsabilità accertate senza sconti. Quando la protesta pretende di sostituirsi alla legge, non allarga la democrazia. La mette alla prova. E lo Stato deve superare quella prova senza arretrare né sulla sicurezza né sulle libertà.

 

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