L’Int chiede garanzie per i tributaristi
Alemanno scrive al Senato: la riforma tuteli le professioni della legge 4/2013 e salvaguardi le attività già riconosciute dalle norme.
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La riforma dell’ordinamento dei commercialisti non può diventare l’occasione per restringere gli spazi di attività delle professioni non organizzate in ordini. È questo il punto centrale della memoria inviata dall’Istituto Nazionale Tributaristi, presieduto da Riccardo Alemanno, alla Commissione Giustizia del Senato sul disegno di legge AS 2045, recante la delega al Governo per la riforma della disciplina dell’ordinamento della professione di dottore commercialista e di esperto contabile, già approvato dalla Camera dei deputati.
La questione riguarda direttamente i tributaristi e, più in generale, i professionisti disciplinati dalla legge 4/2013. Nel testo della delega, all’articolo 2, lettera a), è infatti prevista la tutela delle professioni riconosciute da questa normativa. Una disposizione che, secondo l’INT, deve trovare piena applicazione nella futura riforma, evitando che il riordino delle competenze dei commercialisti finisca per incidere sulle attività legittimamente esercitate da altre figure professionali.
Nella memoria, Alemanno ricostruisce il quadro giuridico e normativo e richiama un principio preciso: «La riforma dell’ordinamento della professione di dottore commercialista e di esperto contabile riguarda anche i professionisti di cui alla legge n. 4/2013 ed in particolare i tributaristi», perché ogni revisione o nuova emanazione di norme sulle categorie e sulle funzioni professionali deve salvaguardare «le peculiarità e il libero esercizio delle professioni esistenti».
Il passaggio è rilevante anche alla luce della relazione che accompagna la delega. Come ricorda l’INT, il legislatore delegato non dovrebbe attribuire ai commercialisti e agli esperti contabili nuove competenze professionali, ma censire le attività già previste da altre disposizioni di legge, comprese quelle eventualmente soggette a riserva. Una distinzione fondamentale: riordinare l’esistente non significa necessariamente ampliare le prerogative di una categoria a discapito delle altre.
Il primo nodo sollevato dall’Istituto riguarda proprio i limiti entro cui può intervenire una nuova regolamentazione professionale. La memoria richiama la direttiva europea 2018/958, recepita in Italia con il decreto legislativo 142 del 2020, che impone una valutazione della proporzionalità delle nuove disposizioni che regolamentano le professioni. Secondo l’INT, l’intervento deve essere giustificato da un interesse pubblico da salvaguardare e non può prescindere dalla natura delle attività coinvolte.
Nel caso delle funzioni interessate dalla riforma, osserva l’Istituto, si tratta di attività che il contribuente può svolgere direttamente, in autonomia, oppure affidandosi a una persona di fiducia, fatta salva la difesa in giudizio e il quadro delle abilitazioni e delle riserve previste dalle norme vigenti. La memoria ricorda, in questo contesto, anche la posizione dei tributaristi iscritti nel ruolo dei periti ed esperti in tributi alla data del 30 settembre 1993, ai quali sono riconosciute specifiche possibilità di difesa nei limiti stabiliti dalla normativa.
Il secondo punto riguarda la convivenza tra ordini professionali e associazioni disciplinate dalla legge 4/2013. L’Int precisa di non chiedere alcuna equiparazione tra i diversi modelli professionali, ma richiama la sentenza del Consiglio di Stato n. 9408/2024, pubblicata il 22 novembre 2024, che ha ribadito la legittimità di un sistema fondato sulla coesistenza di ordini e libere associazioni professionali, in coerenza con il principio della concorrenza.
È un richiamo che sposta il confronto dal terreno delle contrapposizioni tra categorie a quello delle regole: la presenza di professioni ordinistiche non esclude quella di professioni associative, purché ciascuna operi nel rispetto delle competenze e dei limiti stabiliti dall’ordinamento. Per questo, secondo l’Int, la riforma deve evitare sovrapposizioni improprie e non può trasformarsi in uno strumento per comprimere attività professionali già legittimamente esercitate.
L’attenzione dell’Istituto si concentra anche sul precedente rappresentato dalla riforma di altre quindici professioni, nell’ambito della quale la Commissione Giustizia del Senato ha inserito nel testo disposizioni a tutela delle attività libere. Per i tributaristi qualificati, il problema non è ottenere una generica equiparazione con i professionisti ordinistici, ma assicurare che siano protette anche le funzioni loro attribuite dalle norme vigenti.
La partita si sposta ora sul Senato, chiamato a esaminare una delega destinata a incidere sull’assetto futuro della professione dei commercialisti e degli esperti contabili. L’INT chiede che il percorso parlamentare tenga conto degli equilibri già esistenti, del principio di concorrenza e della necessità di garantire certezza giuridica a cittadini e professionisti.
Sul fronte istituzionale, il vicepresidente dell’Int, Salvatore Cuomo, ha avviato interlocuzioni con alcuni membri del Senato per richiamare l’attenzione sulle criticità segnalate. L’obiettivo è fare in modo che la riforma non produca effetti restrittivi sulle professioni della legge 4/2013 e che il riordino delle competenze non venga confuso con l’introduzione di nuove riserve.
Il messaggio dell’Istituto è netto: modernizzare l’ordinamento dei commercialisti è legittimo, ma il riordino deve rispettare il pluralismo professionale e tutelare le attività già riconosciute dalla legge. Perché una riforma efficace non si misura soltanto dalle prerogative che ridefinisce, ma anche dalle garanzie che assicura a chi opera legittimamente nello stesso mercato professionale.
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