Professioni, l’IA cambia tutto
Ambrosetti riunisce Ordini, istituzioni e imprese: la sfida è governare l’intelligenza artificiale senza perdere autonomia.
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L’intelligenza artificiale è già dentro gli studi professionali. Non bussa più alla porta: è entrata, lavora, produce, seleziona informazioni, analizza documenti, accelera procedure. Ma proprio per questo la vera partita comincia adesso. Perché mentre la tecnologia corre, il sistema delle professioni deve ancora decidere fino a dove può spingersi la macchina e dove, invece, deve restare invalicabile il confine della responsabilità umana.
È questo il punto politico ed economico emerso dal confronto promosso a Roma da The European House-Ambrosetti, TeamSystem ed Euroconference sullo “Scenario delle Professioni: oggi e domani”. Un appuntamento che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, degli Ordini, delle imprese e del mondo professionale per affrontare una trasformazione destinata a cambiare radicalmente il lavoro di avvocati, commercialisti, revisori e, più in generale, dei professionisti italiani.
Il dato è ormai difficile da ignorare: l’intelligenza artificiale viene utilizzata da una quota crescente degli studi e, secondo i dati presentati al forum, circa l’80% dei commercialisti ha già sperimentato strumenti di IA. La tecnologia consente di comprimere tempi e costi, automatizzare attività ripetitive, analizzare grandi quantità di dati e liberare risorse per attività a maggiore valore aggiunto.
Ma proprio qui si apre la questione che interessa direttamente il futuro delle professioni. Se una macchina può fare una parte del lavoro, chi risponde del risultato? E soprattutto: chi decide quando il risultato dell’algoritmo è sbagliato?
Non è una domanda teorica. È il cuore della trasformazione in corso.
L’avvocato non può delegare all’algoritmo la tutela di un diritto. Il commercialista non può affidare a una macchina la responsabilità di una valutazione fiscale. Il revisore non può trasformare il controllo umano in una semplice verifica di ciò che ha prodotto un software. La tecnologia può assistere, accelerare, suggerire. Ma la responsabilità professionale resta legata a una persona, alla sua competenza e alla sua autonomia.
Il confronto di Roma ha quindi spostato il discorso dall’entusiasmo tecnologico alla necessità di una governance dell’innovazione. Non basta acquistare programmi di intelligenza artificiale. Servono formazione, regole interne, sicurezza dei dati, trasparenza degli algoritmi, responsabilità definite e soprattutto una cultura professionale adeguata alla nuova fase.
È qui che gli Ordini professionali sono chiamati a giocare una partita decisiva. La rivoluzione dell’IA non riguarda soltanto gli strumenti utilizzati negli studi. Riguarda l’identità stessa delle professioni. Se le attività ripetitive verranno progressivamente automatizzate, aumenterà il peso della consulenza, della capacità interpretativa, del controllo e della responsabilità. Il professionista dovrà quindi essere meno esecutore e sempre più garante.
Anche il confronto istituzionale ha evidenziato la necessità di non lasciare questa trasformazione esclusivamente nelle mani del mercato e delle piattaforme tecnologiche. Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto e il parlamentare europeo Brando Benifei hanno affrontato il rapporto tra regolazione europea, innovazione e responsabilità. Il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco ha richiamato la centralità della tutela dei diritti; dal mondo dei commercialisti è arrivata l’indicazione di un’evoluzione verso una consulenza sempre più strategica.
È un passaggio che interessa l’intero sistema economico. Le professioni rappresentano infatti uno dei principali snodi tra imprese, cittadini, Pubblica amministrazione e istituzioni. Se cambiano le professioni, cambia anche una parte dell’infrastruttura sulla quale si regge l’economia italiana.
Ecco perché sarebbe un errore leggere la questione soltanto come una gara tecnologica. Il problema non è chi avrà il software più potente. Il problema è chi conserverà il controllo sulle decisioni.
L’Italia entra nella stagione dell’intelligenza artificiale con un sistema professionale chiamato a difendere una funzione che non può essere automatizzata: quella della responsabilità. La macchina può elaborare milioni di informazioni, ma non può sostituire il rapporto fiduciario tra professionista e cliente, la responsabilità davanti alla legge, la valutazione di ciò che è corretto e ciò che non lo è.
Da qui passa la vera sfida emersa dall’incontro promosso da Ambrosetti. Non fermare l’IA, ma impedirle di diventare il nuovo padrone delle professioni. Innovare senza perdere autonomia. Automatizzare senza cancellare la responsabilità. Aumentare la produttività senza impoverire la competenza.
È questa la frontiera sulla quale gli Ordini, le istituzioni e il mondo professionale saranno chiamati a misurarsi. Perché l’intelligenza artificiale può cambiare il modo di lavorare dei professionisti. Ma saranno le regole, la formazione e la responsabilità a decidere quale posto avranno ancora i professionisti nel futuro del Paese.
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