In Austria il velo sfida lo Stato
In Austria la legge entra nelle scuole e trova resistenza, assenze e minacce.
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La prima settimana del divieto di velo per le studentesse under 14 ha già fatto emergere ciò che il governo austriaco evidentemente si aspettava: la norma può essere scritta in Parlamento, ma applicarla dentro le scuole è tutta un’altra partita. E Vienna si ritrova così davanti a un Paese a due facce: da una parte un governo deciso a fissare un limite preciso all’influenza dell’islam politico, dall’altra scuole costrette a gestire tensioni, rifiuti, assenze e perfino minacce.
La nuova disciplina vieta il velo islamico alle bambine e alle ragazze sotto i 14 anni e prevede, in caso di violazioni reiterate, multe che possono arrivare a 800 euro. L’obiettivo dichiarato dalle autorità austriache è tutelare le minori e impedire che una scelta presentata come religiosa diventi, soprattutto in età molto giovane, il risultato di pressioni familiari o sociali. È il punto sul quale il governo intende costruire una politica più ampia di contrasto all’islam politico, distinguendolo dalla libertà religiosa individuale.
Ma appena la norma è entrata nelle aule, sono arrivati i problemi.
I dirigenti scolastici hanno segnalato ragazze che si sono rifiutate di togliere il velo, anche quando i genitori si sono mostrati disponibili a rispettare la legge. In altri casi alcune studentesse non sarebbero tornate a scuola. E non mancano episodi ancora più preoccupanti: secondo il rappresentante degli insegnanti viennesi Thomas Krebs, sono state riferite anche minacce provenienti dall’esterno degli istituti.
Poi ci sono gli escamotage. Cappucci, berretti e abbigliamento sportivo particolarmente coprente sono diventati, in alcuni casi, il modo per aggirare lo spirito della nuova disposizione senza arrivare allo scontro frontale con la scuola. Una sorta di guerra del centimetro: la norma stabilisce un confine, qualcuno cerca immediatamente il modo di spostarlo.
Il dato politicamente più significativo, però, è un altro: la scuola rischia di diventare il terreno sul quale si scarica un conflitto che non è soltanto religioso, ma riguarda il rapporto tra legge dello Stato, famiglia, libertà individuale e integrazione.
Non è ancora possibile stabilire in quanti casi le ragazze abbiano agito autonomamente e in quanti, invece, abbiano seguito indicazioni familiari. Sarebbe sbagliato confondere episodi isolati con un fenomeno generalizzato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato far finta che il problema non esista.
A rendere ancora più aspra la situazione sono intervenute alcune Ong, che si sono dichiarate disponibili a pagare le eventuali multe al posto delle famiglie. Una scelta che trasforma una sanzione amministrativa in un terreno di confronto politico e culturale. E alcuni genitori avrebbero persino minacciato di lasciare l’Austria e tornare in Siria qualora il divieto non venisse ritirato.
Il governo, però, non sembra intenzionato a cedere. Anzi, considera questa misura parte di una linea politica più generale: fissare con maggiore nettezza il rapporto tra laicità dello Stato e pratiche religiose negli spazi pubblici, soprattutto quando riguardano minori.
Ed è proprio qui che comincia la discussione più difficile. Quanto può spingersi lo Stato per proteggere una minore da una possibile imposizione familiare? E dove deve fermarsi per non trasformare la tutela in una limitazione della libertà religiosa?
Sono interrogativi che l’Austria ha scelto di affrontare con una norma molto concreta. Ora tocca alle scuole applicarla, ai dirigenti gestire le tensioni e alle famiglie confrontarsi con una legge che non lascia molto spazio alle ambiguità.
Il rischio è che siano proprio gli insegnanti, ancora una volta, a trovarsi in prima linea. Devono far rispettare una disposizione dello Stato senza trasformare l’aula in un campo di battaglia culturale. Devono dialogare con le famiglie, proteggere le studentesse e contemporaneamente impedire che minacce o pressioni condizionino la vita scolastica.
L’Austria ha deciso di mettere un paletto. La prima settimana dimostra però che mettere un paletto sulla carta è molto più facile che farlo rispettare dentro una classe. E se il rispetto della legge diventa oggetto di trattativa, di escamotage o addirittura di intimidazione, il problema non riguarda più soltanto il velo. Riguarda l’autorità dello Stato e la capacità delle sue istituzioni di far rispettare le proprie regole.
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