Trump, il voto vale 5mila dollari
Altro che Lauro e Raggi: il tycoon promette un assegno agli americani se vincono i Repubblicani.
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Altro che Achille Lauro. Il sindaco di Napoli comprava consensi con un pacco di pasta, un paio di scarpe o qualche favore. In tempi più recenti a Roma in campagna elettorale nel 2018 la Raggi lanciò un reddito minimo di 299 euro per 1500 “disagiati” per sei mesi. Una “sperimentazione”, disse, che costerà ai romani 2 milioni di euro e non risolverà alcun disagio sociale.
Donald Trump ha studiato il modello e lo ha portato a Wall Street: 5mila dollari a testa. Non a chi ne ha bisogno, non a chi ha lavorato o pagato le tasse: a tutti gli adulti americani. Ma c’è una piccola condizione: prima bisogna votare Repubblicano alle midterm.
Trump lo chiama pudicamente “dividendo”. Una parola elegante per una promessa elettorale che, tradotta dal trumpese, suona più o meno così: «Voi mettete la scheda nell’urna, io metto i soldi nelle vostre tasche».
È la nuova frontiera della campagna elettorale americana: non più soltanto slogan, bandiere, paura dei Democratici e promesse di grandezza. Adesso arriva anche il bancomat elettorale. E Trump, alla convention repubblicana di Dallas, ha fatto capire che intende giocarsi le midterm come se fossero un’asta: chi vota per lui, incassa.
Peccato che il conto sia leggermente più salato di un pacco di pasta. Gli adulti americani sono circa 270 milioni. Cinquemila dollari ciascuno fanno 1.350 miliardi di dollari. Una cifra talmente enorme che persino il bilancio federale rischia di mettersi a ridere.
Il paradosso è irresistibile. Trump accusa i Democratici di voler mandare in rovina l’America e, contemporaneamente, promette di aprire una voragine da oltre mille miliardi nei conti pubblici. È la politica del “prima vinciamo, poi qualcuno pagherà”. Naturalmente quel qualcuno, come sempre, ha un nome: il contribuente americano.
Eppure il presidente sembra convinto che basti agitare l’assegno per rimettere in carreggiata un partito che nei sondaggi mostra qualche affanno. La popolarità di Trump è in difficoltà, il costo della vita pesa sulle famiglie, guerra e dazi alimentano il malcontento. E allora il rimedio è semplice: se il portafoglio degli americani non è contento, facciamogli vedere 5mila dollari.
Alla convention il copione è stato quello consueto: Democratici definiti “comunisti”, accuse di voler «distruggere il Paese», evocazione dell’inferno che arriverebbe con una vittoria dell’opposizione. E poi la promessa più concreta di tutte: «Votate Repubblicano e avrete il dividendo Trump».
Una cosa è certa: il presidente ha trasformato le midterm in un referendum su se stesso. «Votate come se sulla scheda ci fosse il mio nome», ha detto. A questo punto potrebbe aggiungere: «E possibilmente barrate anche la casella dei 5mila dollari».
Il problema è che quei soldi non sono ancora in cassa. Per distribuirli servirebbe il via libera del Congresso, e non è affatto scontato che deputati e senatori siano disposti a trasformarsi nei cassieri della campagna elettorale presidenziale.
Ma questo, evidentemente, è un dettaglio. Perché nella politica spettacolo di Trump il dettaglio viene sempre dopo il titolo. Prima si promette. Poi si conta. E, se possibile, si fa contare qualcun altro.
Così il vecchio Lauro può finalmente andare in pensione una seconda volta. Lui distribuiva pacchi di pasta. Trump distribuisce dividendi. Lauro puntava sul consenso dei vicoli di Napoli; Trump punta sul portafoglio di 270 milioni di americani.
La differenza? Lauro regalava un pacco. Trump promette 1.350 miliardi.
E la domanda più impertinente resta una sola: se davvero il voto vale 5mila dollari, quanto costerà il prossimo?
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