Casse, pensioni senza paracadute
136 miliardi affidati ai mercati e le regole sugli investimenti restano ancora nel cassetto.
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C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale si può imporre per legge a un professionista di versare contributi previdenziali, ma non si riesce da quindici anni a stabilire con regole chiare come debba essere gestito il patrimonio che quei contributi hanno prodotto.
È questo il paradosso delle Casse di previdenza.
E non è un paradosso da poco: parliamo di 136 miliardi di euro.
Denaro accumulato negli anni dagli iscritti, denaro che dovrebbe garantire pensioni future, denaro che non appartiene ai consigli di amministrazione, agli advisor o ai gestori finanziari di turno. Appartiene, prima di tutto, ai professionisti che lo hanno versato.
Eppure, sulle modalità con cui questo patrimonio deve essere investito, il legislatore continua a latitare.
Da anni si annuncia il decreto sugli investimenti. Da anni si promettono regole. Da anni si rinvia.
Il decreto non arriva. La responsabilità, invece, resta.
Il confronto con i fondi pensione rende il paradosso ancora più evidente.
I fondi pensione, che gestiscono la previdenza complementare, operano dentro una cornice regolamentare precisa. Le Casse, che gestiscono previdenza obbligatoria, continuano invece a muoversi in un quadro che presenta rilevanti vuoti regolamentari.
È una situazione difficile da spiegare ai professionisti.
Ancora più difficile da giustificare.
La relazione Covip sui dati 2025 ci consegna una fotografia inequivocabile: 136 miliardi di attività per le Casse, 262 miliardi per i fondi pensione.
Le Casse hanno il 36% degli investimenti in titoli di debito, il 21,6% in titoli di capitale e il 14,8% nel comparto immobiliare.
I fondi pensione destinano invece il 39,2% all’obbligazionario e il 24% all’azionario.
Non si tratta di sostenere che l’obbligazionario sia privo di rischi. Non lo è affatto. Default, inflazione, rischio di prezzo, liquidità, cambio e reinvestimento sono tutti fattori da considerare.
Ma il punto è un altro.
Chi decide il livello di rischio che può essere assunto con i soldi della previdenza obbligatoria?
E soprattutto: chi controlla che quel rischio sia coerente con gli interessi degli iscritti?
La domanda è tutt’altro che accademica.
Perché il professionista non è un investitore volontario. Non ha scelto di entrare in quel mercato. È obbligato a iscriversi alla propria Cassa e a versare i contributi.
Quindi la tutela dovrebbe essere, per definizione, massima.
Invece scopriamo che la stessa Commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali, nella sua relazione conclusiva del giugno 2025, ha evidenziato problemi di governance, professionalità degli organi, strutture interne, gestione degli investimenti, advisor, immobili, crediti contributivi, costi degli strumenti finanziari e conflitti di interesse.
Una relazione pesantissima.
Una relazione che avrebbe dovuto provocare una reazione politica.
È passato più di un anno. E cosa è cambiato?
Questa è la domanda che dovrebbe campeggiare sulla scrivania del ministro dell’Economia e su quella del ministro del Lavoro.
Perché non basta produrre relazioni. Non basta fotografare le criticità. Non basta convocare audizioni, ascoltare esperti, elaborare documenti e poi riporre tutto in un cassetto.
Quando si parla di previdenza obbligatoria, l’inerzia è una scelta.
E ogni scelta produce conseguenze.
C’è poi un aspetto ancora più inquietante.
La Commissione bicamerale ha rilevato che, mediamente, le Casse impiegano 11 risorse nell’area patrimonio e che ciascuna risorsa arriva a gestire o monitorare, in media, circa 540 milioni di euro di investimenti.
È sufficiente?
Chi lo stabilisce?
E quale rapporto esiste tra le competenze interne e il crescente ricorso agli advisor?
Sono domande semplici. Ma nessuno sembra avere fretta di dare risposte.
Nel frattempo, gli iscritti pagano.
Pagano oggi per avere una pensione domani.
E affidano obbligatoriamente i propri soldi a enti ai quali chiediamo di operare sul mercato, ma ai quali non abbiamo ancora dato una disciplina organica e moderna sugli investimenti.
È qui che entra in gioco l’articolo 38 della Costituzione.
La previdenza obbligatoria può essere lasciata esposta alle oscillazioni, alle scelte e ai rischi dei mercati finanziari senza una cornice normativa adeguata?
Io credo che questa domanda non possa più essere elusa.
E ce n’è un’altra, forse ancora più scomoda.
Se Governo e Parlamento non intervengono, chi deve difendere gli iscritti?
Gli iscritti stessi?
Dovrebbero contestare un sistema nel quale l’iscrizione è obbligatoria, il contributo è obbligatorio, ma la loro capacità di incidere sulle scelte di investimento è, nella migliore delle ipotesi, indiretta?
Siamo arrivati a un punto nel quale non basta più chiedere prudenza.
Bisogna pretendere regole.
Regole sugli investimenti. Regole sulla governance. Regole sulle competenze. Regole sugli advisor. Regole sui conflitti di interesse. Regole sui costi. Regole sui controlli.
Perché 136 miliardi non possono essere amministrati confidando soltanto nel buon senso di chi governa le Casse.
Il buon senso è una virtù.
La legge, quando si amministrano patrimoni previdenziali obbligatori, è un’altra cosa.
E qui veniamo al punto politico.
Da una parte abbiamo professionisti ai quali lo Stato impone di contribuire alla propria previdenza.
Dall’altra abbiamo un sistema che da anni attende regole sugli investimenti.
In mezzo ci sono 136 miliardi di euro e milioni di aspettative pensionistiche.
E allora basta con i rinvii.
Basta con i decreti annunciati e mai pubblicati.
Basta con le relazioni che individuano i problemi e con la politica che, subito dopo, li dimentica.
La previdenza non può essere lasciata al pilota automatico.
Perché quando si tratta di pensioni, il rischio non è soltanto finanziario.
È un rischio politico, istituzionale e, soprattutto, sociale.
E se domani qualcosa dovesse andare storto, nessuno potrà dire di non essere stato avvertito.
La Bicamerale lo ha scritto.
La Covip lo documenta.
I numeri sono lì.
Adesso tocca alla politica assumersi la responsabilità di decidere.
Altrimenti resta soltanto una domanda: chi risponderà agli iscritti quando arriverà il conto dell’inerzia?
Io, almeno, questa domanda continuo a farmela.
E continuerò a farla.
Perché, come ricordavano i giuristi romani, vigilantibus iura succurrunt, non dormientibus.
I diritti appartengono a chi vigila, non a chi dorme.
E sulla previdenza dei professionisti, francamente, abbiamo già dormito abbastanza.
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