Anno: XXVIII - Numero 168    
Lunedì 7 Settembre 2026 ore 13:30
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Report, il gelo della redazione su Ranucci

Ufficialmente la spaccatura non verrà mai ammessa, ma la dicono lunga la festa in Rai e il silenzio totale sull'ex conduttore.

Report, il gelo della redazione su Ranucci

Le felicitazioni di Sigfrido Ranucci a Claudia Di Pasquale, designata insieme a Daniele Piervincenzi per la conduzione di Report, arrivano qualche ora dopo la sua nomina. «Felice per Claudia Di Pasquale – scrive in una storia su Facebook poco prima della mezzanotte, rilanciando le sue dichiarazioni alle agenzie -, sarebbe stata la mia scelta in un normale dialogo con l’azienda. Però meno male che questo dialogo non è avvenuto perché se l’avessi consigliata io, probabilmente non l’avrebbero nominata. Non ci si improvvisa conduttori di Report e Claudia è una grandissima professionista. Lascio Report in buone mani. Ora sono sicuramente più sereno».

Dichiarazioni all’apparenza pacificatrici, ma filtrate dopo un lungo e pesante silenzio. Un’attesa durante la quale Ranucci si è speso in post di elogio per la «mia squadra», entrando a gamba tesa nello scontro con Salvo Sottile, commentando l’addio di Geppi Cucciari alla Rai e promuovendo il proprio spettacolo teatrale “Diario di un trapezista”. Silenzio assordante, invece, sulla festa immortalata nei video d’ordinanza a via Teulada, dove l’intera redazione di Report è esplosa in cori e urla di gioia per aver chiuso la partita con i vertici di Viale Mazzini. Una trattativa iniziata con l’estromissione dell’ex padrone di casa e trascinatasi per giorni, lungo i quali il gruppo di lavoro si è scoperto tutt’altro che schierato a difesa del proprio leader.

Ufficialmente la spaccatura non verrà mai ammessa – «nessuna sfiducia», avevano chiarito urbi et orbi gli inviati dopo aver presentato un piano di «ristrutturazione» che prevedeva la sua assenza prima che fosse ufficializzata -, ma a certificarla senza appello sono le scelte comunicative adottate dalla redazione proprio nel giorno dell’investitura di Di Pasquale. In serata, terminati i brindisi, gli inviati hanno diramato alle agenzie una nota per esprimere «soddisfazione» per la scelta della collega e per le nomine di Bernardo Iovene e Giulio Valesini a capo-autori. Un tripudio di elogi per la nuova conduttrice, «una delle giornaliste più autorevoli della squadra storica», assunta «da Milena Gabanelli nel 2011» e autrice di «servizi che hanno scritto la storia del programma», oltre che «insignita dei più importanti premi». Insomma, «la più degna rappresentante dello spirito e del dna di Report», l’unica in grado di «garantire la consueta autonomia e libertà alla squadra dei giornalisti».

Per Ranucci, il nulla. Né un grazie di rito, né un semplice arrivederci, nonostante la sua esplicita intenzione di impugnare l’allontanamento nelle sedi opportune. Un vuoto che, a distanza di 24 ore, nessuno ha avvertito l’esigenza di colmare. L’era Ranucci viene così archiviata a tempo di record, a dispetto delle ricostruzioni d’ordinanza – come quella del Fatto quotidiano, secondo cui «hanno vinto Ranucci e i suoi» – intente a narrare un trionfo che nei fatti non si è mai consumato. Nessuno nella redazione ha messo a rischio la propria posizione per fare da scudo al capo, che pur di restare in sella si era detto disposto a finanziare un “Report senza Rai” con fondi privati. E nessuno lo ha nominato nel faccia a faccia con il direttore dell’approfondimento Paolo Corsini, il giorno del niet a Giulia Presutti, né nel giorno del sì a Di Pasquale. Quel richiamo insistito di Ranucci alla «mia squadra» appare come l’ultimo tentativo di serrare i ranghi dopo settimane di veleni trasbordati sui giornali: dalle chat con i sospetti sul me too che hanno fatto innervosire Sigfrido alle accuse di tradimento, fino alla finzione di una “pace” celebrata in pubblico. Ma il tentativo di fare massa critica sui social per incidere sulla trattativa è fallito. «Lunga vita a Report», aveva scandito Milena Gabanelli all’epoca della cacciata di Ranucci. La redazione ha dimostrato che per tener fede a quel principio era disposta a sacrificare il proprio re senza troppi rimpianti.

Di Simona Musco su Il Dubbio

 

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