Anno: XXVIII - Numero 168    
Lunedì 7 Settembre 2026 ore 13:30
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È l’insicurezza che spinge gli elettori verso Vannacci

Quando lo Stato non espelle, non protegge e non decide, cresce il consenso per le risposte più radicali.

È l’insicurezza che spinge gli elettori verso Vannacci

C’è un motivo se una parte crescente dell’elettorato guarda a Roberto Vannacci e alla sua “sporca dozzina” con interesse, se non addirittura con entusiasmo. E non basta liquidare tutto con le solite, rassicuranti formule sul populismo, sulla paura o sulla propaganda della destra.

Il motivo è molto più semplice e, proprio per questo, politicamente più pericoloso: la gente vede ciò che accade intorno a sé e si chiede dove sia finito lo Stato.

La vicenda del ventisettenne gambiano arrestato alla stazione di Padova è, al di là delle responsabilità individuali che spettano alla magistratura accertare, l’emblema di un sistema che sembra incapace di dare risposte chiare. Un uomo con una lunga sequenza di precedenti, un’espulsione decretata ma mai concretamente eseguita, procedure amministrative e giudiziarie che si intrecciano e si bloccano a vicenda, fino al nuovo arresto mentre, secondo le ricostruzioni riportate, minacciava i passanti con un coltello gridando «Allah Akbar».

Dieci anni trascorsi in Italia. Dieci anni di accoglienza, provvedimenti, indagini, arresti, condanne, scarcerazioni, ricorsi e nuove misure. Una trafila burocratica e giudiziaria che, agli occhi del cittadino comune, produce una domanda devastante nella sua semplicità: com’è possibile che una persona sottoposta a espulsione continui a rimanere sul territorio nazionale fino a quando non accade qualcosa di ancora più grave?

È questa domanda che la politica tradizionale continua ostinatamente a non voler ascoltare.

Per troppo tempo si è pensato che denunciare i fallimenti dell’immigrazione e dell’accoglienza significasse automaticamente essere razzisti. Che chiedere espulsioni effettive per chi commette reati fosse una forma di intolleranza. Che distinguere fra chi arriva in Italia per lavorare, integrarsi e costruirsi una vita e chi, invece, trasforma la permanenza nel nostro Paese in una successione di reati fosse una pericolosa concessione alla propaganda.

Il risultato è stato esattamente l’opposto di quello sperato.

Più la politica moderata evita il problema, più spazio conquistano coloro che lo affrontano con parole brutali e soluzioni radicali. È una legge elementare della politica: quando il centro non offre risposte, gli estremi raccolgono la rabbia.

Vannacci, con il suo linguaggio volutamente provocatorio, intercetta proprio questo sentimento. Non convince necessariamente tutti perché abbia sempre ragione. Convince perché dice ad alta voce ciò che molti cittadini pensano sottovoce: non è possibile chiedere sacrifici, rispetto delle regole e integrazione a milioni di persone oneste e, contemporaneamente, dimostrare un’impotenza quasi totale nei confronti di chi quelle regole le viola sistematicamente.

Il caso di Padova è tanto più significativo perché racconta una delle contraddizioni più evidenti del sistema. L’espulsione può essere disposta, ma poi sospesa. Una domanda di protezione può aprire ulteriori passaggi. Un ricorso può fermare un provvedimento. Una misura alternativa può riportare una persona fuori dal circuito carcerario. Tutto formalmente previsto dalla legge, naturalmente. Ma la somma delle singole garanzie rischia di produrre, nella percezione dei cittadini, un risultato paradossale: lo Stato è fortissimo con chi rispetta le regole e impotente con chi dimostra di non volerle rispettare.

E allora la domanda diventa politica prima ancora che giudiziaria.

Quanti altri casi simili esistono? Quante persone con precedenti gravi sono ancora sul territorio in attesa di una decisione, di un ricorso, di un documento o di una procedura che si trascina per mesi o anni? E soprattutto: perché l’Italia riesce a emanare un decreto di espulsione, ma così spesso non riesce a renderlo effettivo?

Non serve alimentare paure indiscriminate. Non serve trasformare ogni immigrato in un sospetto. Sarebbe ingiusto, stupido e persino controproducente. Ma è altrettanto irresponsabile fingere che il problema non esista.

L’immigrazione non si governa con gli slogan dell’accoglienza senza limiti, così come non si governa con quelli della chiusura assoluta. Si governa distinguendo, controllando, integrando chi ha diritto di restare e allontanando concretamente chi non può restare o chi, dopo avere ottenuto ospitalità e protezione, sceglie deliberatamente la strada della criminalità.

La vicenda di Padova racconta, dunque, qualcosa di più di una cronaca giudiziaria. Racconta il cortocircuito di uno Stato che sembra aver perso il controllo delle conseguenze delle proprie decisioni.

Ed è precisamente in quel vuoto che prosperano i Vannacci.

Chi oggi si scandalizza per il loro successo dovrebbe forse smettere di interrogarsi soltanto sugli elettori e cominciare a interrogarsi sulle cause del loro voto. Perché nessuno regala consenso ai movimenti più duri: quel consenso, molto spesso, viene costruito giorno dopo giorno dall’incapacità della politica tradizionale di garantire ciò che i cittadini considerano il primo dovere di qualunque Stato.

La sicurezza.

Non quella agitata come una bandiera elettorale. Quella concreta. Quella che consiste nel sapere che una persona pericolosa non può attraversare per anni il sistema italiano passando da un arresto all’altro, da un ricorso all’altro, da un’espulsione all’altra, restando comunque qui.

Finché questa risposta non arriverà, sarà inutile scandalizzarsi per Vannacci.

Bisognerà, piuttosto, chiedersi chi gli sta consegnando gli elettori.

 

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