Medici e infermieri nel mirino
Nove aggressioni in dieci giorni riaccendono l’allarme sulla sicurezza di chi cura.
Nove aggressioni in soli dieci giorni. Un numero che, preso isolatamente, potrebbe apparire come l’ennesima sequenza di fatti di cronaca. Ma sarebbe un errore gravissimo considerarlo soltanto un dato statistico. Dietro quei nove episodi ci sono infermieri insultati, minacciati o aggrediti mentre svolgevano il proprio lavoro. Ci sono professionisti che ogni giorno entrano in ospedali, pronto soccorso e strutture territoriali per assistere i cittadini e che, sempre più spesso, finiscono per diventare essi stessi vittime.
La violenza nelle strutture sanitarie non è più un’emergenza occasionale. È diventata un fenomeno strutturale.
I dati nazionali confermano una realtà che non può essere minimizzata. Nel 2025 sono state segnalate in Italia quasi 18mila aggressioni contro operatori sanitari e sociosanitari, con 23.367 professionisti coinvolti. Gli infermieri rappresentano la categoria più colpita, con il 55% degli episodi segnalati. Le donne costituiscono oltre il 60% delle vittime nella maggior parte delle regioni.
Il quadro diventa ancora più inquietante osservando i dati raccolti direttamente dalla professione infermieristica. Un’indagine FNOPI, alla quale hanno risposto oltre 6.200 professionisti, ha rilevato che 2.771 partecipanti hanno dichiarato di essere stati aggrediti nell’arco di dodici mesi. Complessivamente sono stati riferiti circa 12mila episodi, con una media di sei aggressioni all’anno per ciascun professionista che ha subito violenza.
Eppure il rischio è che anche questi numeri raccontino soltanto una parte della realtà. Molte aggressioni, soprattutto quelle verbali, non vengono denunciate. Troppi professionisti finiscono per considerare l’insulto, la minaccia o persino la violenza fisica come un rischio inevitabile della propria professione.
Ed è proprio questa la deriva più pericolosa.
Non può essere normale andare al lavoro con la paura di essere aggrediti.
Gli ospedali dovrebbero essere luoghi di cura, non territori nei quali medici, infermieri e operatori sanitari devono continuamente guardarsi alle spalle. Il pronto soccorso, i reparti di degenza, gli ambulatori e perfino gli spazi comuni delle strutture sanitarie sono diventati troppo spesso il palcoscenico di una rabbia che esplode contro il bersaglio più facile: chi indossa una divisa e rappresenta, agli occhi del cittadino esasperato, l’intero sistema sanitario.
Ma l’infermiere non è responsabile delle liste d’attesa. Non decide i tagli al personale. Non stabilisce quanti posti letto debbano essere disponibili. Non può essere trasformato nel parafulmine di tutte le inefficienze della sanità italiana.
E invece è spesso lui a pagare il prezzo più alto.
Le aggressioni sono prevalentemente verbali, pari al 69% delle segnalazioni nazionali, ma il 25% riguarda violenze fisiche. Una percentuale che dovrebbe impedire a chiunque di liquidare il problema come una semplice questione di maleducazione o tensione momentanea.
C’è poi un’altra conseguenza, meno visibile ma altrettanto grave. La violenza logora la professione. Produce stress, paura, burnout e disaffezione. Già in passato le rilevazioni sugli infermieri avevano evidenziato come le aggressioni potessero alimentare l’esaurimento emotivo e persino la volontà di abbandonare il posto di lavoro.
In un Servizio sanitario nazionale che soffre già la carenza di personale, non possiamo permetterci di perdere altri professionisti perché lavorare in corsia è diventato troppo pericoloso.
Le norme contro la violenza sono state rafforzate e il Ministero della Salute ha annunciato ulteriori iniziative di prevenzione e sensibilizzazione. Ma le leggi, da sole, non bastano.
Serve una risposta concreta e sistemica: maggiore presenza di personale, organizzazione più efficiente, sistemi di sicurezza adeguati, procedure immediate di intervento e sostegno reale alle vittime. Ma serve soprattutto un cambiamento culturale.
Chi cura non è un nemico.
Aggredire un infermiere significa colpire direttamente il funzionamento del sistema sanitario. Significa peggiorare le condizioni di lavoro di chi già opera sotto pressione. Significa, alla fine, mettere a rischio la qualità stessa dell’assistenza.
Le nove aggressioni in dieci giorni non possono dunque essere archiviate alla voce “cronaca”. Sono un campanello d’allarme che suona con sempre maggiore insistenza.
E questa volta qualcuno dovrebbe finalmente ascoltarlo.
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