Legge elettorale, il ballottaggio riapre la guerra nella maggioranza
Preferenze, soglia anti-frammentazione e doppio turno: il centrodestra cerca un’intesa prima del decisivo passaggio al Senato.
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Il ballottaggio nazionale, espunto dal testo approvato dalla Camera, torna a bussare alla porta della maggioranza. Alla vigilia della scadenza per la presentazione degli emendamenti alla legge elettorale, fissata alle 12 di martedì 1° settembre, gli sherpa del centrodestra hanno ripreso il confronto per provare a chiudere le modifiche da depositare in Commissione Affari costituzionali del Senato.
Una prima riunione è prevista nel pomeriggio, mentre un eventuale secondo incontro di rifinitura potrebbe tenersi prima della scadenza. Il tempo è poco: il provvedimento, approvato in prima lettura dalla Camera il 16 luglio, arriverà nell’Aula di Palazzo Madama il 9 settembre. Le dichiarazioni di voto e il voto finale sono già calendarizzati per il 15.
Il punto sul quale l’accordo appare più vicino riguarda le preferenze. La maggioranza dovrebbe riproporre, questa volta con le firme di tutti i partiti della coalizione, un meccanismo simile a quello bocciato a Montecitorio per un solo voto e a scrutinio segreto.
L’ipotesi prevede capilista bloccati e un elenco di sei candidati, sul quale l’elettore potrebbe esprimere fino a tre preferenze. Resta da definire la disciplina dell’equilibrio di genere e, in particolare, se l’alternanza debba coinvolgere anche i capilista.
Un secondo intervento riguarda la cosiddetta norma anti-frammentazione. Il testo trasmesso dalla Camera stabilisce che, con l’eccezione della migliore tra quelle rimaste sotto soglia, le liste collegate che non raggiungono il 3 per cento non contribuiscano alla cifra elettorale nazionale della coalizione.
Quella disposizione era stata pensata per ridurre il peso negoziale delle microformazioni. Nella maggioranza sono però emersi dubbi sulla sua tenuta costituzionale e sulla possibilità che voti validamente espressi, pur concorrendo in alcuni casi all’elezione dei parlamentari, vengano esclusi dal calcolo necessario ad assegnare il premio. La cancellazione o la riscrittura della norma è quindi tra le opzioni discusse, ma non ancora formalizzate.
La questione politicamente più delicata rimane il ballottaggio. Il testo approvato dalla Camera assegna il premio di governabilità alla lista o alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere. Il vincitore otterrebbe complessivamente 220 deputati e 113 senatori, ai quali si aggiungerebbero gli eventuali eletti nella circoscrizione Estero. Se nessuno raggiungesse la soglia, i seggi sarebbero distribuiti proporzionalmente.
Marcello Pera, senatore di Fratelli d’Italia ed ex presidente del Senato, propone un sistema più articolato. Il premio verrebbe attribuito al primo turno alla coalizione capace di superare il 48 per cento. Se nessuno raggiungesse quella soglia, si terrebbe il ballottaggio tra le due coalizioni più votate, a condizione che entrambe abbiano ottenuto almeno il 38 per cento in ciascuna Camera. Non sarebbero consentiti nuovi apparentamenti.
La proposta contiene anche una clausola ulteriore: se la seconda coalizione non arrivasse al 38 per cento, il ballottaggio non si svolgerebbe e il premio potrebbe essere assegnato già al primo turno alla prima coalizione, purché questa abbia superato il 42 per cento. In assenza di tutte queste condizioni, resterebbe la distribuzione proporzionale dei seggi.
Per Pera il secondo turno sarebbe un rimedio contro la «palude» delle trattative successive al voto e contro il potere di condizionamento delle forze più radicali. Il ballottaggio, sostiene l’ex presidente del Senato, restituirebbe agli elettori la scelta finale e ridurrebbe la necessità di costruire coalizioni troppo larghe soltanto per raggiungere la soglia del premio.
Dentro Fratelli d’Italia qualche spiraglio si è aperto, ma la decisione viene rimessa ai leader. Lo stesso partito riconosce che l’inserimento del secondo turno, a Costituzione invariata, richiede valutazioni tecniche e politiche particolarmente attente. Forza Italia non esclude un’intesa, mentre la Lega continua a guardare con diffidenza a un meccanismo che storicamente non ha favorito il centrodestra.
Il precedente più ingombrante è la sentenza numero 35 del 2017, con la quale la Corte costituzionale cancellò il ballottaggio previsto dall’Italicum. La Consulta contestò soprattutto l’assenza di una soglia minima per l’accesso al secondo turno: una lista sostenuta da una percentuale anche molto bassa al primo voto avrebbe potuto ottenere, dopo il ballottaggio, la maggioranza assoluta dei seggi.
Le soglie del 38 e del 48 per cento indicate da Pera mirano evidentemente a evitare quella distorsione. Non eliminano però ogni interrogativo. Un eventuale premio resta sottoposto al controllo di ragionevolezza e proporzionalità, tanto più in un sistema bicamerale nel quale occorre evitare risultati divergenti tra Camera e Senato.
Le opposizioni leggono il ripensamento soprattutto alla luce dell’ascesa di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale. Angelo Bonelli accusa Giorgia Meloni di voler modificare le regole ogni volta che le condizioni politiche diventano sfavorevoli: «È l’ennesima conferma che questa destra ha in testa soltanto la conservazione del potere, non la qualità della nostra democrazia».
Dario Parrini, del Pd, contesta invece l’assenza di «una discussione seria, ampia e inclusiva» su una modifica che inciderebbe profondamente sul sistema. Per Riccardo Magi, di Più Europa, più che di “Stabilicum” bisognerebbe parlare di «Mutarellum», una legge destinata a cambiare secondo la convenienza politica del momento.
Carlo Calenda usa toni ancora più duri e descrive una maggioranza entrata «nel panico» davanti ai nuovi sondaggi. La tesi comune alle opposizioni è che il ballottaggio venga recuperato non per una scelta istituzionale maturata nel tempo, ma per neutralizzare un possibile concorrente sulla destra.
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