Oltre cento certificati anti-rimpatrio: l’inchiesta si allarga in Italia
Oltre cento certificati sotto esame: l’inchiesta sui migranti riaccende il confronto tra responsabilità medica, rimpatri e rispetto delle regole.
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La novità più rilevante è stata pubblicata tra fine maggio e inizio giugno 2026. Secondo quanto riportato da Il Tempo, l’indagine partita dalla Procura di Ravenna non riguarderebbe più soltanto i casi esaminati nell’ospedale romagnolo, ma oltre cento certificazioni in diverse regioni, con il coinvolgimento di numerosi medici. La notizia è stata ripresa anche in un atto di sindacato ispettivo depositato al Senato.
Il punto centrale dell’inchiesta è l’utilizzo di certificati di non idoneità al trattenimento nei CPR, che avrebbero consentito a cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di espulsione di non essere trasferiti nei Centri per il rimpatrio.
A Ravenna il caso è particolarmente avanzato: otto medici sono indagati. Secondo la ricostruzione della Procura, tra settembre 2024 e gennaio 2026 furono visitati 64 stranieri: 34 sarebbero stati giudicati non idonei al trattenimento, 20 idonei e 10 avrebbero rifiutato la visita.
La decisione del gip: otto medici colpiti da misure
Qui c’è un elemento giudiziario molto importante e documentato da ANSA.
Il gip di Ravenna ha disposto 10 mesi di interdizione dalla professione per tre medici, mentre per gli altri cinque è stato imposto, per lo stesso periodo, il divieto di occuparsi delle certificazioni relative all’idoneità nei CPR. La Procura aveva chiesto per tutti l’interdizione dalla professione per un anno.
Secondo la gip Federica Lipovscek, i certificati sarebbero stati utilizzati per evitare il trasferimento degli stranieri nei CPR, in quella che viene descritta nell’ordinanza come una “aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina”.
La giudice contesta inoltre che, nei casi oggetto dell’indagine, i medici si sarebbero limitati a rilasciare certificati di non idoneità senza attivare ulteriori percorsi diagnostici o terapeutici.
Ma attenzione: i “100 casi” non sono tutti già accertati
Questo è il punto che, giornalisticamente, va scritto con grande cautela.
“Oltre cento casi” è il numero riferito dalle inchieste giornalistiche e richiamato in sede politica, non significa che siano già stati tutti giudicati falsi con sentenza definitiva.
La stessa ricostruzione parlamentare parla di una presunta rete di medici operante in diverse città e di oltre 100 casi, mentre l’inchiesta giudiziaria sicuramente documentata è quella di Ravenna.
Anche Fratelli d’Italia, il 30 maggio, ha denunciato pubblicamente l’allargamento dell’indagine a oltre cento casi in diverse regioni, annunciando interrogazioni parlamentari.
Il precedente di Ravenna è però già molto pesante
La vicenda nasce dal controllo dei certificati prodotti nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. La Questura aveva notato una percentuale particolarmente elevata di dichiarazioni di inidoneità al CPR. Secondo RaiNews, oltre la metà dei migranti esaminati sarebbe stata dichiarata non idonea, con motivazioni che gli investigatori ritengono non conformi alla normativa.
Gli otto medici hanno respinto le accuse. I loro legali sostengono che i dati contenuti nei certificati fossero veri e frutto di valutazioni cliniche autonome, indipendenti dalle esigenze di ordine pubblico.
Quindi, allo stato degli atti, bisogna distinguere nettamente tra accuse della Procura, valutazioni del gip e responsabilità definitivamente accertate.
La vera novità politica
La questione non è più soltanto “Ravenna”. Se il dato degli oltre cento casi in diverse regioni sarà confermato dagli accertamenti delle procure, ci troveremmo davanti a una vicenda molto più ampia: non più il comportamento contestato a singoli medici, ma la possibile diffusione di un modello di certificazione utilizzato per ostacolare il percorso di rimpatrio.
Ed è proprio questo il punto politicamente esplosivo: chi decide se un migrante è realmente incompatibile con il trattenimento in un CPR? E quali controlli esistono sui certificati che possono interrompere il percorso di espulsione?
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