Anno: XXVIII - Numero 158    
Lunedì 24 Agosto 2026 ore 13:30
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“L’autorità è servizio”.

Una formula antica, un bisogno attuale.

“L’autorità è servizio”.

Nell’omelia pronunciata nel corso della Messa a Rimini, sulla spianata dinanzi al porto, papa Leone XIV ha detto che “l’autorità è servizio”. Naturalmente si riferiva all’autorità ecclesiastica. A tutti i livelli, ha aggiunto. Per sottolineare il ruolo della Chiesa e dei suoi pastori nella società, per coglierne le esigenze primarie. Ed ha richiamato le disuguaglianze, che impediscono di affrontare i bisogni delle persone. “Persona” la grande intuizione del diritto romano, uno dei simboli della civiltà occidentale. E i confini che limitano l’accoglienza.

“L’autorità è servizio” è regola generale, che attiene all’esercizio di una funzione svolta nell’interesse di altri, in primo luogo delle istituzioni pubbliche e della massima di esse, lo Stato. Infatti, si dice anche che ha senso dello Stato chi esercita l’autorità “con spirito di servizio”.

È un principio che attraversa i secoli e oggi, in un tempo in cui è in crisi la fiducia verso chi governa, è di straordinaria attualità. Non è uno slogan da manuale di buone maniere istituzionali, ma un principio che ha attraversato la teologia, la filosofia politica e il diritto, arrivando a plasmare il modo in cui le società occidentali intendono il potere legittimo e il suo esercizio. L’autorità quindi non è semplicemente potere o capacità di comandare. È soprattutto responsabilità. Chi ha un ruolo di autorità, un genitore, un’insegnante un dirigente, un responsabile, un politico o una guida ha il compito di mettere le proprie capacità al servizio delle persone che gli sono affidate. In questa prospettiva autorevolezza e servizio vanno insieme. Una persona è veramente autorevole non perché riesce a imporsi sugli altri ma perché sa ascoltare, assumersi responsabilità, prendere decisioni giuste e accompagnare gli altri nella loro crescita. L’autorità diventa così uno strumento per costruire non per sottomettere. Questo significa anche che più grande è l’autorità maggiore dovrebbe essere il senso di responsabilità. Chi guida deve essere disposto a mettersi in gioco, a fare sacrifici e quando necessario a mettere il bene degli altri prima del proprio interesse personale.

E così, ogni volta che la cronaca ci restituisce immagini di arroganza istituzionale, di privilegi ingiustificati o di distanza tra chi comanda e chi obbedisce, quella formula sembra ridotta a un ideale nobile ma disatteso.

Vale allora la pena chiedersi da dove venga questa idea, perché sia così difficile da realizzare, e se abbia ancora qualcosa da dire a chi oggi esercita responsabilità pubbliche, private o comunitarie.

Le radici di un’inversione

L’idea che comandare significhi anzitutto servire non nasce nei trattati di scienza dell’amministrazione, ma in un rinnovamento culturale realizzatosi nel tempo. Nel mondo antico l’autorità era per lo più concepita come dominio: chi deteneva il potere lo esercitava per affermare una superiorità, di stirpe, di forza o di censo. Il potere scorreva dall’alto verso il basso e la sua legittimità coincideva spesso con la sua stessa capacità di imporsi.

Un’inversione radicale di prospettiva si affaccia nella tradizione ebraico-cristiana, dove il comando è ricondotto alla responsabilità verso chi è affidato a chi comanda, e trova poi nel linguaggio evangelico un’immagine icastica: chi vuole essere primo si faccia servo di tutti. È un capovolgimento che non abolisce la gerarchia, ma ne ridefinisce il senso: comandare non è più innalzarsi sopra gli altri, bensì assumersi un compito nei loro confronti.

Questa intuizione, nata in un contesto religioso, ha finito per permeare anche il pensiero politico laico. Quando i teorici moderni del contratto sociale, da Locke a Rousseau, hanno sostenuto che il potere deriva dal consenso dei governati e ad essi deve rendere conto, hanno riproposto in termini giuridici la stessa idea di fondo: chi governa non possiede un diritto originario a farlo, ma riceve un mandato che lo vincola a uno scopo che lo trascende.

Il servizio come criterio di legittimità

Se l’autorità è servizio, allora la domanda decisiva non è più “chi ha il diritto di comandare” ma “a che cosa serve chi comanda”. È un cambio di prospettiva che ha conseguenze pratiche precise. Un’istituzione, un dirigente, un genitore, un magistrato: in ogni ambito, la legittimità dell’autorità si misura sulla sua capacità di orientare l’esercizio del potere verso il bene di chi ne è affidatario, non verso l’autoconservazione di chi lo detiene.

Questo criterio permette di distinguere l’autorità dall’autoritarismo. Non è la forma del comando a fare la differenza, quanto la sua direzione. Un’autorità che si legittima attraverso il servizio accetta per sua stessa natura dei limiti: risponde del proprio operato, tollera il controllo, riconosce l’errore. L’autoritarismo, al contrario, tende a considerare ogni limite come un’usurpazione, ogni critica come una minaccia da neutralizzare.

Le costituzioni liberali fin dall’Ottocento e poi quelle “democratiche” del secondo dopoguerra hanno sviluppato questo principio in architettura istituzionale: separazione dei poteri, responsabilità politica, sindacato giurisdizionale sugli atti amministrativi e sulle condotte dei singoli. E lo hanno fatto modernizzando regole antiche, come quella, in origine di carattere finanziario, del “redde rationem” per cui il pubblico funzionario o amministratore doveva rendere conto ad una specifica autorità di come avesse gestito le risorse a sua disposizione o che avesse avuto il compito di riscuotere. Nell’interesse di tutti. Ricordo spesso le “verrine”, le orazioni di Cicerone che accusa il corrotto Verre di malversazione e, per nascondere le sue malefatte di non rendere il conto delle sua gestione. “Non audet referre”, scrive l’arpinate.

Sono tutti dispositivi che, in fondo, presuppongono la stessa convinzione: il potere non si giustifica da sé, ma deve continuamente rendere conto del servizio che rende.

Il rischio della retorica vuota

Proprio perché la formula è così nobile, essa corre anche il rischio opposto: diventare un rivestimento retorico per pratiche di potere che restano, nella sostanza, autoreferenziali. Non è raro che chi esercita funzioni pubbliche invochi il linguaggio del servizio proprio nel momento in cui difende posizioni, privilegi o prerogative sempre meno giustificabili. La parola “servizio”, quando non è sostenuta da comportamenti coerenti, si logora rapidamente, fino a diventare essa stessa un sintomo di ciò che pretende di negare.

È qui che si misura la differenza tra un’istituzione sana e una in crisi di credibilità. Non basta dichiararsi al servizio dei cittadini: occorre che questa dichiarazione trovi riscontro in scelte concrete, verificabili, sottoposte a un giudizio esterno. La trasparenza, l’accountability, la possibilità reale di rimuovere chi ha tradito il mandato ricevuto: sono questi gli strumenti che trasformano un principio ideale in una pratica effettiva.

Un principio che riguarda tutti

Sarebbe un errore confinare questa riflessione ai soli vertici dello Stato. Il principio dell’autorità come servizio attraversa ogni forma organizzata di convivenza: l’azienda, la scuola, la famiglia, la comunità religiosa, l’associazione di volontariato. Ovunque qualcuno eserciti un ruolo di guida su altri, si ripropone la stessa domanda: quel ruolo è vissuto come un privilegio da difendere o come una responsabilità da onorare?

La risposta a questa domanda non si trova mai una volta per tutte. È una tensione che va rinnovata ogni giorno, in ogni decisione, perché la tentazione di scambiare il servizio con il dominio è una costante della natura umana, non un’anomalia di questo o quel sistema politico.

Forse è proprio questo il valore duraturo della formula: non promette un’autorità perfetta, ma indica il criterio con cui giudicarla, e con cui, quando necessario, correggerla.

 

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