Conte scippa al Pd anche la riflessione sul woke
Con una lettera a Repubblica il leader M5S si prende la scena nel dibattito che attraversa il fronte progressista a livello internazionale.
Conte lancia un messaggio agli alleati: “Non è con il woke che la sinistra può fare giustizia”. Segue un silenzio imbarazzato del mondo dem, Schlein in testa: anche provare a intercettare un parere equivale a imbattersi in una serie di “no, grazie”
Giuseppe Conte si traveste da Alexandria Ocasio-Cortez. Con una mossa studiata e autonoma, il leader del Movimento 5 Stelle si inserisce nel dibattito globale dell’estate. Come la deputata democratica americana, fa suo il rigetto del woke: “Alla sinistra non serve, il nemico da combattere sono le diseguaglianze”. Una lettera, affidata a Repubblica, che non distoglie Elly Schlein dalle ferie. Il silenzio della segretaria del Pd, cresciuta politicamente guardando (anche) alla sinistra-sinistra americana degli ultimi anni, è ben accompagnato dai tanti no comment raccolti a suon di Whatsapp agostani. Meglio l’ombrellone che infilarsi in un dibattito scomodo per il proprio partito.
Antefatto. Sono passati quindici anni dalla marea che ha cambiato a lungo i connotati della politica americana e non solo. Assuefatta dagli slogan del pensiero woke (da awake, risveglio, quindi pensiero consapevole, che promuove l’attenzione su razzismo, sessismo, diritti Lgbtqia+ e disuguaglianze), la sinistra ha deciso di dare una sterzata. Dopo stagioni in cui il politicamente corretto, quindi la cancel culture, insieme ai movimenti #MeToo e Black Lives Matter, erano le stelle polari, ora è tempo di una nuova agenda. La virata l’ha tirata la deputata newyorchese, socialista, Alexandria Ocasio-Cortez. In un’intervista a This Week su ABC, è stata netta: “Woke 1 was crazy” (“La prima stagione della politica woke era folle”). Proprio leri era considerata paladina di un certa sinistra, quella accostabile al woke.
Il dibattito monta, si sparge, a sinistra ci si interroga. L’ex premier Conte, in odore di primarie per contendere la leadership del campo largo a Schlein, prende carta e penna. In una lettera, sapientemente inviata a Repubblica, Conte mette a verbale: “La cultura woke può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista? Ne dubito”. Conte la bolla come “una sorta di religione morale autoreferenziale” e “per una forza progressista sarebbe un grave errore di strategia politica confidare su di essa per costruire un’efficace azione politica”.
Chi lo conosce sa da tempo che il presidente M5S nutre dubbi su questi temi. L’estate e i minori impegni hanno fatto il resto. Ma l’operazione, per quanto negato ufficialmente dal suo partito, è strategica. Conte si inserisce in un dibattito mondiale, prende una posizione chiara e detta i tempi di un’alleanza ancora troppo fluida. Soprattutto, nel campo largo è uno dei pochi a potersi permettere certe esternazioni. Così, il politicamente corretto è la madre di “effetti perversi” di “conformismo ideologico”, persino di “repressione della libertà di opinione”.
La frase simbolo, studiata, è questa: “Non è con il woke che la sinistra può fare giustizia”. Un modo per ricalibrare le priorità: prima bisogna “intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze”, perché “tocca a noi offrire una vera alternativa, convincendo i ceti popolari, le forze sindacali, tutti i settori produttivi e i vari movimenti e comunità locali che si possono tenere insieme riconoscimento e redistribuzione, libertà individuali e sicurezza sociale, non perdendo mai di vista la lotta primaria contro le oppressioni materiali”.
Una lettera scritta da chi si vuol porre come vero leader? Un ragionamento quasi banale anche se, giura chi lo conosce, l’obiettivo non era quello di infilzare Schlein su un terreno in cui appare più fragile – la giustificazione è infatti opporsi al vannaccismo dilagante, offrendo il volto di una sinistra credibile sui temi sociali ed economici. Ma la conseguenza è quella: occupare uno spazio e pazienza se questa offensiva mette la leader dem in una posizione di comprensibile imbarazzo. La lettura è confermata dal silenzio dei dirigenti del Pd: nessuno si espone tranne Laura Boldrini, che però non ci sta. “Qualche eccesso” del wokismo, ragiona l’ex presidente della Camera, “non toglie nulla alle battaglie messe in campo” contro le discriminazioni e per i diritti LGBT.
Mentre l’agenda di Conte si affolla, tra ospitate in Versilia, interventi a Cernobbio, feste dell’Unità, libri da presentare e assemblee interne al Movimento da portare a termine, l’amo lanciato dall’alleato viene lasciato in mare. Dopo un vasto giro di chiamate e messaggi, complice le ferie (è il 21 di agosto per tutti, eh), incassiamo parecchi “no, grazie”.
Più facile per Matteo Renzi, molto più agile nell’esprimersi (in passato) dubbioso nei confronti dell’ondata woke: “L’ubriacatura woke fa male alla sinistra e lo riconosce persino Ocasio-Cortez” e, scrive su X, “alla sinistra serve meno ideologia e più politica”
Un invito anche al suo ex partito, dove il problema non è davvero il bagnasciuga. Schlein è cresciuta politicamente in quella stagione di lotta del politicamente corretto e una gran parte dei politici più affini alle sue idee ha battagliato a lungo per anteporre certe battaglie agli storici slogan, talvolta saccheggiati dalla destra. La segretaria e i suoi fedelissimi preferiscono quindi il silenzio. Eppure, il dibattito cavalcato dal competitor a 5 Stelle è insito nel Dna del più importante partito di sinistra d’Italia, uno dei principali d’Europa. Tacere difficilmente è un’opzione valida.
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