Governo, le grandi promesse restano ferme
Premierato, nucleare, autonomia e sicurezza rallentano in Parlamento. A settembre la maggioranza punta sulla legge elettorale, tra tensioni interne e problemi economici.
In evidenza
Dopo quasi quattro anni di governo, il bilancio delle grandi riforme promesse dal centrodestra rischia di essere impietoso: molte bandiere sventolano ancora, ma poche sono arrivate davvero al traguardo. Il governo di Giorgia Meloni ha aperto decine di cantieri, presentato disegni di legge, annunciato svolte e indicato priorità destinate, nelle intenzioni, a cambiare il volto delle istituzioni, dell’economia e della società italiana. Ma la macchina parlamentare ha rallentato, in alcuni casi si è inceppata, in altri è stata travolta dalle divisioni interne alla maggioranza o dalla complessità dei provvedimenti stessi.
Il risultato è una lunga fila di dossier ancora sospesi tra Camera e Senato. E il contrasto politico appare sempre più evidente: mentre una parte consistente delle misure-bandiera del centrodestra resta ferma nelle commissioni parlamentari, settembre potrebbe aprirsi con una nuova priorità, la riforma della legge elettorale. Un dossier tutt’altro che pacifico, soprattutto perché Lega e Forza Italia guardano con crescente diffidenza a un intervento che potrebbe rafforzare ulteriormente il peso di Fratelli d’Italia e della stessa Giorgia Meloni.
Il simbolo più evidente di questa distanza tra ambizione e risultati è il premierato. Per la presidente del Consiglio non è mai stato un provvedimento come gli altri. È la «madre di tutte le riforme», il progetto sul quale Meloni ha investito una parte importante del proprio capitale politico e della propria idea di trasformazione dello Stato. L’obiettivo dichiarato era superare l’instabilità dei governi italiani e consentire ai cittadini di scegliere direttamente chi deve guidare il Paese.
Il percorso, però, si è progressivamente fermato. Dopo il primo via libera del Senato, la riforma è approdata alla Camera, dove la sua corsa si è rallentata fino a trasformarsi in una lunga attesa. Sono passati oltre 790 giorni dal primo sì parlamentare e quasi tre anni dalla presentazione del progetto. Per una riforma costituzionale i tempi sono inevitabilmente più lunghi rispetto a una legge ordinaria, ma proprio per questo l’assenza di un’accelerazione politica pesa ancora di più.
Nel frattempo il dibattito si è spostato sulla legge elettorale. Le opposizioni parlano già di un possibile «premierato sotto mentite spoglie», mentre dentro la maggioranza il tema rischia di aprire una nuova stagione di tensioni. Il problema non è soltanto tecnico. Ogni modifica delle regole del voto ridisegna i rapporti di forza tra i partiti. E in una coalizione nella quale Fratelli d’Italia è largamente il primo partito, Lega e Forza Italia hanno più di un motivo per temere una riforma costruita attorno alle esigenze del partito della premier.
Il paradosso, dunque, è che la riforma costituzionale destinata a essere il cuore del progetto politico meloniano è ferma, mentre la maggioranza potrebbe concentrare le proprie energie su una nuova legge elettorale. Una scelta che, politicamente, rischia di alimentare l’accusa secondo cui il governo sta privilegiando le regole della competizione politica rispetto alle riforme promesse agli elettori.
L’altro grande dossier è quello del ritorno al nucleare. Anche qui il governo ha scelto di presentare la questione come una svolta strategica, soprattutto alla luce del caro-energia e della necessità di ridurre la dipendenza italiana dalle fonti tradizionali e dalle importazioni. Il provvedimento ha ottenuto il via libera della Camera, ma deve ancora completare il proprio percorso al Senato.
Il tema è particolarmente delicato perché riguarda uno dei problemi più concreti dell’economia italiana. Le famiglie continuano a fare i conti con il costo delle bollette e le imprese con prezzi dell’energia che incidono direttamente sulla competitività. Il ritorno al nucleare viene indicato dal governo come una delle possibili risposte strutturali, ma per ora resta una prospettiva legislativa ancora incompleta. E, comunque, anche l’eventuale approvazione della legge non significherebbe certo vedere domani una centrale nucleare produrre energia: tra autorizzazioni, scelte tecnologiche, localizzazioni e investimenti, il percorso sarebbe necessariamente molto lungo.
Più accidentato è il cammino del cosiddetto «blocco navale», una delle formule politiche che più hanno accompagnato la storia di Giorgia Meloni prima dell’arrivo a Palazzo Chigi. Era uno degli slogan più riconoscibili della destra sull’immigrazione. Una volta al governo, però, la traduzione dello slogan in una norma concreta si è scontrata con la complessità del diritto internazionale, dei rapporti con l’Unione europea e della gestione dei flussi migratori.
Il governo ha provato a inserire la questione nel disegno di legge sull’immigrazione, chiedendo una rapida calendarizzazione. Ma oltre sei mesi dopo il testo è ancora fermo in commissione al Senato. Nel frattempo il quadro europeo è cambiato, con l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo che impone una dimensione sovranazionale alla gestione del fenomeno. Anche qui la promessa elettorale e la realtà dell’azione di governo sembrano procedere a velocità differenti.
La lista dei provvedimenti in attesa si allunga quando si passa dai grandi simboli identitari ai dossier sociali. Il disegno di legge sui caregiver, approvato dal Consiglio dei ministri a gennaio dopo anni di richieste e promesse, è ancora in commissione alla Camera. Un tema che riguarda direttamente migliaia di persone impegnate quotidianamente nell’assistenza a familiari non autosufficienti e che attende da tempo un quadro normativo organico.
Nello stesso periodo il governo aveva avviato anche il percorso della delega per ridisegnare il Servizio sanitario nazionale. Il provvedimento è ancora al Senato, mentre avanzano lentamente altri dossier riguardanti la riforma farmaceutica, le professioni sanitarie, l’organizzazione delle prestazioni e le semplificazioni.
È forse proprio sul terreno della sanità che la lentezza legislativa appare più difficile da giustificare politicamente. Liste d’attesa, carenza di personale, differenze territoriali e difficoltà di accesso alle cure sono problemi che incidono quotidianamente sulla vita dei cittadini. E mentre il Parlamento discute ancora le riforme, il sistema sanitario continua a confrontarsi con emergenze che non aspettano i tempi delle commissioni.
Anche le infrastrutture e l’edilizia sono entrate nella lunga coda dei provvedimenti. Il nuovo codice dell’edilizia e delle costruzioni, presentato a fine febbraio, è ancora in commissione alla Camera dopo mesi di discussione. La riforma dei porti, arrivata a Montecitorio a giugno, deve anch’essa completare il proprio percorso.
Sono dossier particolarmente importanti per una maggioranza che ha fatto dello sviluppo infrastrutturale uno dei propri punti qualificanti. Ma anche in questo caso la differenza tra l’annuncio e l’approvazione definitiva è destinata a pesare nel giudizio politico sull’azione del governo.
Al Senato è invece fermo il disegno di legge sugli sgomberi, una delle misure con cui il centrodestra ha cercato di marcare il proprio territorio sul tema della sicurezza e della tutela della proprietà privata. Il testo, varato a fine aprile, ha iniziato il suo percorso in commissione Giustizia nel mese di luglio, ma la pausa estiva lo ha lasciato ancora in attesa delle audizioni e dei successivi passaggi parlamentari.
La maggioranza, dunque, si trova di fronte a una situazione singolare. I temi identitari sono molti, gli annunci non sono mancati, ma l’effettiva capacità di trasformare quelle promesse in leggi definitive appare finora limitata dai tempi parlamentari e dalle difficoltà politiche.
Un capitolo a parte riguarda l’autonomia differenziata, storica battaglia della Lega e uno dei punti più sensibili dell’intero programma di governo. Dopo l’intervento della Corte costituzionale, il nodo dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, è diventato decisivo per rimettere il progetto sui binari. Senza una definizione chiara delle prestazioni da garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, il percorso dell’autonomia resta inevitabilmente incompleto.
Eppure, a oltre un anno dalla presentazione del relativo disegno di legge, il dossier è ancora al Senato. Per Matteo Salvini e per la Lega non si tratta di un provvedimento secondario, ma di una componente fondamentale della propria identità politica. Il rallentamento dell’autonomia rappresenta quindi anche un problema nei rapporti interni al centrodestra.
Non manca il capitolo della caccia, altra materia destinata a produrre tensioni. Il testo ha ottenuto un primo via libera dal Senato il 23 giugno ed è ora approdato alla Camera. Ma la questione dei richiami vivi e il confronto con Bruxelles hanno contribuito a rendere il percorso più complicato, mentre all’interno della stessa maggioranza non mancano sensibilità diverse, in particolare in Forza Italia.
Nel traffico parlamentare, naturalmente, non tutto è fermo. Alcuni provvedimenti hanno già superato uno dei due rami del Parlamento e altri sono più avanti nel loro percorso. Ci sono dossier sugli ordinamenti professionali, sulla protezione civile, sull’export di armi e su altri settori nei quali il lavoro legislativo procede. Ma il punto politico resta: le grandi riforme che avrebbero dovuto caratterizzare in modo netto questa legislatura sono ancora, in larga parte, incompiute.
Ed è proprio qui che si concentra il problema per Giorgia Meloni. Governare non significa soltanto annunciare una riforma o ottenere il via libera del Consiglio dei ministri. Il vero banco di prova è trasformare un progetto politico in una legge approvata, applicabile e capace di produrre effetti concreti. Tra un titolo di giornale e il traguardo parlamentare ci sono commissioni, emendamenti, mediazioni, votazioni, rapporti tra Camera e Senato e, soprattutto, gli equilibri sempre più complessi della maggioranza.
A settembre il Parlamento si troverà quindi davanti a una vera e propria lista d’attesa. Premierato, nucleare, immigrazione, caregiver, sanità, edilizia, porti, sgomberi, Lep e autonomia differenziata. Una montagna di dossier che richiederà tempo, accordi e una precisa gerarchia delle priorità.
Il rischio è che il governo scelga proprio la legge elettorale come terreno sul quale concentrare l’attenzione, aprendo contemporaneamente un nuovo fronte con gli alleati. Perché una riforma del sistema di voto può essere politicamente utile a chi oggi è il primo partito, ma difficilmente può essere considerata la risposta più urgente per chi deve fare i conti ogni mese con stipendi fermi, caro-energia, prezzi elevati e servizi pubblici sempre più in difficoltà.
È questa la contraddizione che la ripresa autunnale porterà inevitabilmente alla luce. Da una parte il governo rivendicherà la stabilità politica e la capacità di aver mantenuto in vita una maggioranza che, dopo quasi quattro anni, continua a governare. Dall’altra dovrà dimostrare che quella stabilità è stata utilizzata per portare a termine le grandi riforme promesse.
Per ora il bilancio resta sospeso. Troppe bandiere sono ancora piantate a metà del percorso, troppi provvedimenti attendono il secondo via libera, troppe promesse devono ancora trasformarsi in risultati. E mentre il Parlamento si prepara a riaprire i battenti, gli italiani difficilmente giudicheranno il governo sulla quantità dei disegni di legge presentati.
Alla fine conteranno le bollette, gli stipendi, la qualità della sanità, la sicurezza, la casa e la capacità di dare risposte concrete. Il resto, per quanto politicamente utile, rischia di restare soltanto una grande nuvola di annunci. Tanto fumo, appunto. E un arrosto che, dopo quasi quattro anni, molti elettori aspettano ancora di vedere servito in tavola.
Altre Notizie della sezione
Il campo largo litiga prima ancora di partire
19 Agosto 2026Regole, ballottaggio, voto online e candidati: la sfida anti-Meloni rischia di trasformarsi nell’ennesimo duello interno.
Non bastava l’Ucraina, ora anche Ranucci spacca il Campo Largo
18 Agosto 2026Il M5s prosegue nella difesa ad oltranza del giornalista, mentre nel Pd aumentano le voci critiche sulla sua condotta.
Sicurezza e debito, sui numeri esplode lo scontro di Ferragosto
17 Agosto 2026Il Viminale rivendica il calo dei reati, il Pd contesta il confronto. Sul record del debito nuovo duello tra M5S e maggioranza.
