Anno: XXVIII - Numero 146    
Martedì 28 Luglio 2026 ore 13:30
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Rinchiudere i minorenni è molto facile e spesso inutile

Non sapendo che cosa fare, il governo Meloni dà un’altra stretta penale contro i ragazzi: ora saranno processati in automatico.

Rinchiudere i minorenni è molto facile e spesso inutile

 

Puntuale come il destino è arrivata l’ennesima stretta securitaria, un giro di vite penale, stavolta a carico dei minori, la cui imputabilità diventerebbe, in caso di reato, obbligatoria e non più rimessa alla valutazione del giudice. È inutile ripetere quello che è arcinoto e sostenuto dalle fonti più disparate: non c’è una crescita della delinquenza minorile in Italia tale da giustificare una simile decisione; nessuno ignora che la punizione minacciata non evita mai un reato, mentre qualcosa possono fare, specie tra i minorenni, prevenzione ed educazione; il carcere non rieduca nessuno, men che mai un adolescente, che, anzi, vi trova una buona palestra per il crimine ecc. ecc. Nonostante questa comune, condivisa consapevolezza si continua a pensare di affrontare la criminalità minorile nei consueti termini di nuove fattispecie di reato e più dure punizioni. Eppure ci sono anche altre potenti ragioni per dosare con molta cautela lo strumento penalistico con i minorenni, specie quelli all’inizio dell’adolescenza. Ne propongo tre: psicologiche, cognitive e giuridiche.

Lo sappiamo tutti e, nel dubbio, ci basta tornare a qualche episodio, marachella o sventataggine della tarda infanzia o dell’adolescenza: a quell’età ci mancava quasi del tutto la capacità di valutare le possibili conseguenze, per noi o per altri, di un nostro atto, di cui coglievamo solo il significato momentaneo: dall’attraversamento della strada senza guardare, alla monelleria isolata, alla bravata di gruppo, sono tutte situazioni comuni che si caratterizzano per l’assenza della percezione del futuro anche immediato in chi ne è protagonista. Che cosa significa questo davanti a gesti criminosi di minori? Anche se è non è facile riconoscerlo, significa che la maggior parte di quelli da essi compiuti è opera di soggetti, che, se fossero adulti, sarebbero dichiarati giuridicamente incapaci di intendere, cioè di comprendere il significato sociale e le conseguenze delle proprie azioni, non perché siano fuori di testa nel compierle (le hanno volute), ma perché non sanno prendere minimamente in considerazione tutti i possibili effetti di esse, quasi si concludessero nel loro accadimento istantaneo, senza ulteriori riflessi: atteggiamento tipico degli psicotici.

Un altro aspetto avvicina il giovanissimo che delinque all’adulto incapace di intendere e di volere di fronte alla procedura penale. Come è noto, chi è riconosciuto incapace di intendere e di volere non può essere processato, anche se era lucido al momento del delitto, perché un imputato deve essere in grado di partecipare al proprio processo capendolo, agendo a proprio vantaggio non solo attraverso l’avvocato, ma anche con le proprie parole e atti. Ora si pensi a un quattordicenne (e, a maggior ragione, se si affermassero certe tendenze, un dodicenne o tredicenne) davanti a un giudice, in un’aula di tribunale: che capacità di controllo razionale della situazione, di autodifesa potrebbe avere?

Vale la pena raccontare un episodio agghiacciante avvenuto di recente in Francia. Due fidanzatini quattordicenni hanno ucciso a pugnalate, dopo averlo attentamente premeditato, i nonni di lei che ostacolavano la loro relazione. Subito identificati e arrestati, sono stati interrogati e hanno confessato il delitto senza alcuna reazione emotiva, segno di pentimento ecc. Quando a lui dicono che lo aspetta il carcere, si mostra tutto contento perché, dice, in questo modo potrà condividere la cella con la sua amata. Gli fanno presente che non sarà così, che lo aspetta un carcere maschile, lontano da lei: allora si mette a piangere. Quando annunciano anche a lei il carcere, la ragazzina protesta, perché, dice, vuole tornare a casa, “non lo farò più”, promette, e solo quando le dicono che il carcere le tocca e a casa non può tornare si mette a piangere. Insomma, la lucidità criminale dei due è innegabile, ma la capacità di valutare gli effetti del loro delitto e di difendersi accortamente da chi li accusa è pari a zero. Efferati nel crimine come incalliti delinquenti, ma bambini immaturissimi di fronte alle sue conseguenze e come adulti incapaci di intendere e di volere davanti a una qualsiasi strategia difensiva. Ora, il governo ha eliminato proprio l’accertamento giudiziale della piena capacità di intendere e di volere del minore, che, se accusato di un reato, va subito e comunque a processo.

Terzo argomento. La pena che tocca a un adolescente colpisce una persona in pieno cambiamento psico-fisico. Anche solo una condanna a dieci anni di carcere punirebbe un soggetto alla fine completamente diverso, per non dire estraneo a quello condannato all’inizio, perché dieci anni tra i 14 e i 24 sono ben più lunghi che i dieci tra i 30 e i 40: al loro termine uno è diventato un altro. Ma la pena in carcere lo inchioda al sé stesso di prima mentre lui cambia voce, statura, pensieri, desideri, conoscenze ecc. L’adolescente condannato a una lunga pena detentiva è costretto a restare il criminale che era anche man mano che diventa un adulto diverso, con il risultato che o si accetta così, e resterà per sempre un delinquente, o non si riconosce più e rischierà di essere uno spostato per sempre.

È chiaro che non si possono lasciare impuniti delitti di minori, specie molto gravi come quello che ho raccontato. Ma non si dovrebbe mai dimenticare chi ne è stato l’autore e in quale fragilissima età della sua vita lo ha compiuto, per rieducarlo prima di perderlo definitivamente.

di Vittorio Coletti su Huffpost

 

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