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Ora le toghe temono le telecamere: «Come al Grande Fratello»

Un protocollo del distretto di Napoli riapre lo scontro sulla circolare "anti-gogna" del Csm.

Ora le toghe temono le telecamere: «Come al Grande Fratello»

Diversamente da qualsiasi altra categoria – a conservare una registrazione video delle conferenze stampa in cui si parla della libertà degli altri. Come se decidere della libertà personale fosse un mestiere qualunque, sul quale non valga la pena accendere una luce un po’ più intensa.

Le procure del distretto di Napoli hanno accolto con molte cautele la circolare sulla comunicazione approvata dal Csm nei mesi scorsi. Un testo che, dall’esterno, più d’uno aveva tentato di boicottare senza riuscire a impedirne l’approvazione. E così sono arrivati i tentativi più silenziosi: ridurre al minimo i dettagli forniti alla stampa, attribuendo la responsabilità alle regole del Csm. Eppure basta leggere la circolare per accorgersi che il diritto di cronaca non viene affatto compresso. Così come non esiste alcun bavaglio per i magistrati. Al contrario: sono invitati a comunicare di più e meglio, aggiornando le informazioni che decidono di rendere pubbliche. Da dove nasce, allora, tanta insofferenza? La spiegazione potrebbe essere molto più semplice. Correggere – termine che la delibera, non a caso, attenua – significa anche esporsi alla possibilità di dover rivedere il racconto iniziale. Non necessariamente perché fosse sbagliato: il processo potrebbe confermarlo integralmente. Nel frattempo, però, occorre aggiornare quanto comunicato. E non sempre è un esercizio gradito.

Nei giorni scorsi era stato Nicola Gratteri, alla guida della procura di Napoli, a scagliarsi contro la circolare, arrivando a parlare del «terrore» di violarla. Pochi dettagli e niente nomi, d’ora in poi, aveva annunciato. Anche se la circolare non impone nulla di tutto questo. Le conferenze stampa potranno svolgersi come sempre, con una sola novità: registrarle e aggiornare, se necessario, le informazioni diffuse. Ma questo il cittadino difficilmente lo sa. Ciò che gli arriva è ciò che i magistrati più esposti raccontano nei salotti televisivi o sulle pagine dei giornali. Cioè che il Csm – “salvato” di recente dal tentativo di un controllo politico, come evocato durante la campagna referendaria – vuole censurare la magistratura.

Il protocollo sottoscritto dai magistrati del distretto partenopeo è stato illustrato in conferenza stampa dal procuratore generale Aldo Policastro, che lo ha firmato insieme ai procuratori di Napoli, Napoli Nord, Nola, Torre Annunziata, Santa Maria Capua Vetere, Avellino, Benevento e alla procuratrice della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Napoli. A leggere il comunicato che accompagna il documento, le premesse sembrano promettere bene. «La tutela della reputazione delle persone coinvolte nei procedimenti penali e il rispetto della presunzione di innocenza non possono tradursi in un arretramento della trasparenza dell’attività giudiziaria — si legge —. La risposta non è una comunicazione minore, ma una comunicazione migliore: più rigorosa, più equilibrata, più rispettosa dei diritti fondamentali e, al tempo stesso, più efficace nel rendere comprensibile ai cittadini l’esercizio della giurisdizione». Un principio difficilmente contestabile e che fa ben sperare nella “comprensione” del testo licenziato dal Csm. Poco dopo, però, la nota affronta il tema della tracciabilità, con la «videoregistrazione integrale delle conferenze stampa e la conservazione della relativa documentazione». Una scelta che, secondo il documento, potrebbe apparire singolare: «Difficilmente altre categorie professionali sono chiamate a documentare integralmente e conservare ogni parola pronunciata in pubblico. Viene quasi da pensare che i magistrati siano considerati dei “sorvegliati speciali”». E non semplicemente una categoria che dispone del potere di togliere la libertà.

Nei resoconti della conferenza stampa, Policastro va oltre, arrivando a evocare il «Grande Fratello». La critica, osserva il procuratore generale, è legittima, purché fondata su dati reali. E quale strumento migliore, allora, per ancorarsi ai dati se non conservare una registrazione integrale di ciò che si è detto? Il documento diffuso al termine della conferenza, però, appare più misurato. Dopo la premessa sui timori legati alla registrazione, la stessa, si legge, «può essere valorizzata come un’ulteriore garanzia di trasparenza, perché consente di verificare esattamente ciò che è stato detto, sottraendo la comunicazione giudiziaria a interpretazioni, semplificazioni o ricostruzioni successive». Del resto, prosegue il testo, «l’intero Protocollo muove dalla convinzione che il rapporto tra giustizia e informazione debba fondarsi sulla massima chiarezza e verificabilità dei comportamenti istituzionali».

Insomma, mentre si denuncia il rischio di censura, la stessa circolare finisce per trovare in quelle linee guida, forse involontariamente, l’occasione per rivendicare una comunicazione migliore. Il Csm ha comunque deciso di rispondere ai timori e ai quesiti espressi da Policastro e da altri magistrati con una delibera della Settima Commissione che dovrebbe arrivare in plenum mercoledì prossimo. Ma la circolare, da quanto si apprende, «non si tocca». Al Consiglio, però, il timore del “Grande Fratello” suscita più di un sorriso. Curioso, osserva qualcuno, temere di essere registrati quando ci si presenta davanti a telecamere e registratori. La polemica è soltanto all’inizio.

Di Simona Musco su Il Dubbio

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