Anno: XXVIII - Numero 143    
Giovedì 23 Luglio 2026 ore 13:30
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La grazia non riscrive le sentenze definitive

La Camera Penale di Asti denuncia le pressioni sul caso Roggero: la grazia non può sostituire il giudicato.

La grazia non riscrive le sentenze definitive

La Camera Penale di Asti entra nel dibattito sul caso del gioielliere Mario Roggero con un duro comunicato contro le reazioni della politica alla condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per duplice omicidio e tentato omicidio. Secondo il Consiglio direttivo, la richiesta di grazia avanzata all’indomani del passaggio in giudicato della sentenza rappresenta un’ingerenza senza precedenti nell’amministrazione della giustizia e rischia di alterare il principio della separazione dei poteri.

Gli avvocati penalisti osservano come la politica, che per anni ha denunciato le presunte invasioni di campo della magistratura, finisca ora per intervenire direttamente sulle decisioni dei giudici. Nel mirino c’è soprattutto la rapidità con cui è stata prospettata l’istruttoria per la concessione della grazia, istituto che la Costituzione riserva al Presidente della Repubblica e che, secondo la Camera Penale, non può essere utilizzato come uno strumento per rimettere in discussione una sentenza definitiva.

Il comunicato mette in guardia dal rischio di trasformare la grazia in una sorta di “quarto grado di giudizio”, capace di modificare o annullare le decisioni della magistratura sulla base dell’emotività collettiva o del consenso politico. Una prospettiva che, secondo i penalisti astigiani, finirebbe per compromettere la certezza del diritto e l’autonomia della giurisdizione.

La Camera Penale affronta anche il tema della legittima difesa, sostenendo che il diffuso sdegno per la condanna sia stato alimentato da una rappresentazione «meramente propagandistica» della riforma. Lo slogan della «difesa sempre legittima», rilanciato sui media e sui social, avrebbe infatti generato una percezione distorta della normativa, inducendo molti cittadini a ritenere lecite condotte che, secondo l’ordinamento, non rientrano nei presupposti della legittima difesa.

Per il Consiglio direttivo, la legittima difesa non può trasformarsi ell’autorizzazione a eseguire autonomamente una pena, tanto meno una pena di morte. Da qui l’invito a rispettare il giudicato e a evitare che il confronto politico finisca per delegittimare il ruolo della magistratura e gli strumenti costituzionali posti a garanzia dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.nte lo slogan “difesa sempre legittima”, sbandierato su tutti i media all’indomani del fatto e divenuto virale sui social, quando invece la legittima difesa non può e non deve consistere nell’autorizzazione a eseguire autonomamente una pena, tantomeno, come nel caso in esame, di morte.

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