Le regole della Fifa valgono finché non squilla il telefono giusto
Una telefonata di Trump cancella una squalifica e travolge autonomia, regole e credibilità dello sport mondiale.
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Il calcio mondiale scopre di avere un nuovo organo di giustizia: il telefono della Casa Bianca. Se le parole di Donald Trump corrispondono ai fatti, la revoca della squalifica di Folarin Balogun non è soltanto una decisione controversa. È un precedente devastante. Perché significa che il verdetto del campo, il lavoro degli arbitri e perfino i regolamenti possono essere rimessi in discussione dall’intervento del leader politico più potente del pianeta.
Trump non ha cercato di attenuare la portata della vicenda. Al contrario. Ha raccontato con soddisfazione di aver chiamato Gianni Infantino, di aver chiesto una revisione della squalifica e di aver ottenuto ciò che riteneva giusto. Lo ha fatto come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se fosse legittimo che il presidente degli Stati Uniti intervenisse direttamente su una decisione disciplinare di una competizione internazionale. Peggio ancora, ha trasformato quella telefonata in un’esibizione di forza, in una dimostrazione pubblica di influenza.
È difficile immaginare un colpo più duro all’autonomia dello sport. Da decenni la Fifa ripete di voler difendere il calcio dalle interferenze della politica, arrivando persino a sospendere federazioni nazionali quando i governi tentano di condizionarne le scelte. Stavolta, però, la politica non è entrata dalla porta di servizio. È passata dall’ingresso principale, è salita ai piani alti e, stando al racconto dello stesso Trump, ha ottenuto esattamente ciò che voleva.
Non basta. Per sostenere la propria tesi, il presidente americano ha deciso di gettare fango sull’arbitro Raphael Claus, definendolo “sospetto” e alludendo a un passato controverso. Un’accusa gravissima, pronunciata senza alcuna prova. Claus fu ascoltato come testimone nell’ambito di un’inchiesta sul calcio brasiliano, ma non è mai stato indagato né coinvolto in procedimenti disciplinari. La Fifa lo ha confermato tra gli arbitri del Mondiale proprio perché il suo profilo non presentava ombre. Eppure è bastata una frase pronunciata davanti alle telecamere per trasformarlo nel bersaglio perfetto. È una tecnica nota: screditare chi prende una decisione sgradita per rendere più accettabile il ribaltamento della decisione stessa.
La protesta della Uefa non è soltanto la difesa degli interessi del Belgio. È la presa d’atto che è stato infranto un tabù. Se una squalifica può essere cancellata dopo l’intervento del presidente degli Stati Uniti, quale federazione potrà ancora credere che i procedimenti disciplinari siano indipendenti? Chi garantirà che domani non basti una telefonata di un altro capo di Stato, di un governo influente o di un potente sponsor per ottenere lo stesso trattamento?
La questione, infatti, non riguarda Balogun. Potrebbe perfino essere vero che il cartellino rosso fosse eccessivo. Gli errori arbitrali fanno parte del calcio e possono essere corretti dagli organi competenti. Ma devono essere corretti seguendo procedure trasparenti, motivate e uguali per tutti. Se invece il fattore decisivo diventa il peso politico di chi chiede la revisione, il diritto lascia spazio al privilegio.
La Fifa, già segnata negli ultimi anni da polemiche sulla propria governance e sulla crescente vicinanza ai grandi interessi economici e geopolitici, rischia ora un danno ancora più profondo: perdere la propria autorevolezza. Perché l’autorevolezza non si misura nella capacità di organizzare Mondiali spettacolari o di moltiplicare i ricavi. Si misura nella capacità di dire anche ai più potenti: “No, le regole valgono anche per voi”.
Se invece quel “no” si trasforma in un “vediamo cosa si può fare”, il calcio smette di essere una competizione regolata dal merito. Diventa un luogo dove il potere conta più del regolamento, l’influenza pesa più delle decisioni arbitrali e le relazioni valgono più delle norme.
Va in archivio il match caratterizzato dal ‘caso Balogun’ e dall’ingerenza del presidente americano Donald Trump, che ha chiesto e ottenuto dalla Fifa l’annullamento della squalifica dell’attaccante statunitense. La partita tra Stati Uniti e Belgio è durata novanta minuti, e il Belgio ha stracciato gli Stati Uniti. Trump che farà adesso? Chiederà a Infantino di annullare l’incontro o telefonerà al Re del Belgio assalendolo? Il precedente che questa vicenda rischia di lasciare potrebbe invece durare anni. Con il precedente del ritiro della squalifica tutto è possibile. Da quel momento non vince più chi gioca meglio. Vince chi ha il numero di telefono giusto
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